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13 novembre: Parigi e l’Occidente in fiamme

parigi

Parigi si tinge di sangue, Parigi si tinge di morte.
È uno squarcio aperto sul mondo; gli occhi distratti saranno costretti a vedere quello che non hanno voluto vedere finora. E sarà dovuta una reazione… che non sia il solito hashtag strappalacrime e la serie infinita di manifestazioni, sfilate, fiaccolate, bandiere a mezz’asta, voci rotte in discorsi istituzionali che poi due giorni dopo ritorna tutto come prima, arrivederci e grazie.

128 morti e 250 feriti è un bilancio pesantissimo per la capitale francese. Nel cuore esatto di un’Europa che sta diventando il simbolo di una resistenza passiva e inefficace. Sembra di vederla, sdraiata a terra, colpita a morte, inerme, tendere la mano a quell’idea di Occidente che non può fare niente perché sta nelle sue stesse condizioni; che perisce sotto l’esplosione di un concentrato improvviso del più primitivo istinto dell’uomo: la violenza.

Ma di chi è la colpa, se non nostra?
Le ultime due generazioni si sono formate su due binari ideologici in contrasto. Da una parte la “globalizzazione” che ci vuole più interconessi che mai, cerca di instillare l’idea che tutti siamo nel tutto, al di là delle frontiere, che quello che succede da una parte del mondo si ripercuote inevitabilmente anche in quella opposta; dall’altra quella che tutto sommato una differenza tra Oriente e Occidente merita di esistere.
Perché noi non siamo come loro. Noi siamo gli occidentali”.

Nel nostro sentirci diversi ci siamo crogiolati nella quotidianità di un’esistenza senza pericoli affidando il compito ai governi e allo Stato quello di continuare a proteggere la nostra apatia.
Ma quando le bombe arrivano nel nostro giardino, quando i morti sono nostri cugini un po’ antipatici ma parenti, forse è il caso di capire che non siamo più al sicuro.
E invece no, forse è il caso di capire che non lo siamo mai stati.
L’opportunismo ha vinto sulla coscienza e la coscienza ora è obbligata a svegliarsi per evitare altre lapidi.

Ho il cuore pieno di tristezza, tanto che è difficile scrivere. Le lettere di questa tastiera non sono mai state così pesanti. Le parole così vuote. Ma la tristezza lascia spazio alla rabbia per quello che verrà. Strumentalizzazioni politiche, ritorsioni, deviazioni di pensiero che porteranno troppo lontano dalla verità.
E qual è questa Verità? Che è anche colpa nostra e non dovremo più aver paura di dirlo ad alta voce.
Una vita spezzata, giovane, vecchia, una vita di sogni, di amori, di legami affettivi, una vita di speranze infrante ha la stessa dignità in ogni parte del mondo. E noi siamo colpevoli di una selezione arbitraria.

Forse non avrei dovuto neanche scriverlo questo articolo. Perché mi sento responsabile anche io, di non aver fatto abbastanza, di non aver fatto niente.
Ora qualcosa cambierà, ma non sarà una scelta di o in nome di un Dio, sarà una scelta degli uomini che si vantano del dono della ragione e invece non perdono mai occasione di agire come bestie.

Editoriale a cura di Francesca Giannaccini

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