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Demography #34: Umberto Maria Giardini, Filligar, The Liar Trump

umberto maria giardini
Non è un mistero il fatto che mi sia stufata in prima persona di ascoltare album fotocopia dai risvolti pseudo intimistici e profondamente vuoti nella sostanza, ricopiati sulla forma dello stereotipo di “riflessione/introspezione/guardo per aria e le nuvole mi parlano”.
No, a questo bisogna categoricamente opporsi, eppure non possiamo nemmeno negare come il panorama musicale italiano stia tentando seriamente di riemergere, ed è con questo che riesco a collegarmi a Umberto Maria Giardini, ex Moltheni.
Il suo nuovo album Protestantesima riporta la produzione italiana ad un passato che inneggia la cultura musicale del bel paese, il timbro pulito, l’originalità e la purezza di quell’accenno di elettrico nelle chitarre, e soprattutto la cura ed il peso assegnato alle parole.
I testi infatti hanno una rara attenzione per i particolari avvertibile anche da come i pezzi vengono eseguita dal Giardini, attribuendo un peso specifico ad ogni frase, conoscendo perfettamente la differenza che si deve avvertire fra “Il vaso di Pandora” e “Amare male”, arricchendo il tutto con quella sfumata psichedelia avvolgente.
Di certi giochi cromatico-musicali non riesco proprio a stufarmi.

umberto maria giardini
Esce il nuovo singolo dei Filligar, Motor Shine che anticipa l’album KEEPSAKES OF THE INTERIOR in uscita a fine aprile.
L’approccio statunitense all’alternative-rock mostra senza dubbio originalità, il pezzo risulta orecchiabile, ad un terzo ascolto già ondeggi col capo e sciogli le spalle, c’è una scelta intelligente nell’approcciare il pop ad una vena appena accennata di elettronica proponendo così un pezzo adatto ad un pubblico più ampio.
Un’abile mossa commerciale insomma.
Non si parla ovviamente di un capolavoro, ma entra nel cervello, questo va detto, con i Filligar si sente sapore di Usa.

umberto maria giardini
L’inglese in Italia è una di quelle mistiche entità raggiungibili solo da pochi, gli altri che provano a valicare aspettative appena sufficienti risultano ridicoli all’ascolto.
Il caso vuole che i The Liar Trump risultino proprio fra questi “altri”.
Il brano Colours che anticipa l’album omonimo della band spezzina risulta spento, con poco mordente e stonato da quel tentativo di imprimere una vena internazionale al pezzo, non risultano però privi di tecnica i The Liar trump tanto che ci si propone interrogativi amletici profondi come “se cantassero in italiano?” “se avessero tirato di più gli strumenti sino a farli esplodere dalle cuffie?” “se il testo fosse più curato?”.
Probabilmente sarebbe stato meglio, eppure.

Chiara Manera

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