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6 agosto 1945, 70 anni di rintocchi di campana a Hiroshima

atCome una linea di demarcazione. Ci sono eventi che rappresentano questo nella storia dell’umanità. L’inizio di una nuova era. Il 6 agosto 1945 è una di quelle date. In Giappone come nel resto del mondo. La data nella quale il bombardiere “Enola Gay” sganciò “Little Boy”, la prima bomba atomica della storia seminando quello che agli occhi degli “Hibakusha” viene descritto come “l’inferno sulla terra”. 150.000 persone persero la vita in quell’azione voluta, organizzata ed orgogliosamente rivendicata dal tal Harry Truman, il presidente che giustificò l’attacco trasformando Hiroshima in “base militare”. Lì dove i civili inermi ed ignari brulicavano. 30.000 persone circa morirono all’istante, atomizzate dalla violenza e dal calore che nel “punto zero” raggiunse milioni di gradi centigradi. Alcuni lasciarono soltanto le loro inquietanti e terrificanti ombre scure su gradini di pietra sbiancati. Segna che qualcuno stava serenamente seduto prima di essere cancellato. Come se non fosse mai esistito. Un’esplosione capace di far soffrire non soltanto innocenti civili, ma anche la stessa materia come oggetti di uso quotidiano, dalle monete ai bicchieri. Letteralmente fusi per formare un unico blocco compatto.

800px-The_patient's_skin_is_burned_in_a_pattern_corresponding_to_the_dark_portions_of_a_kimono_-_NARA_-_519686Un “punto zero” divenuto un Parco della Memoria e successivamente Patrimonio dell’Umanità. Un parco che è stato istituito anche a Nagasaki dove è possibile rivedere gli effetti dell’atomica sul suolo. Una zona sigillata che è possibile ammirare attraverso una finestra. Una finestra su 70 anni fa. Uno dei simboli insieme al Palazzo del Commercio di Hiroshima, lasciato nelle stesse condizioni di allora. Unico edificio rimasto in piedi (se possiamo dire così) in un raggio di 5 km dal punto dell’esplosione che generò in un secondo momento quella pioggia radioattiva che ingannò migliaia di sopravvissuti desiderosi di refrigerio dopo il calore atroce, avvelenandoli ulteriormente. Chi si era salvati prima, non si salvò dopo. Le morti negli anni dopo così come nei decenni a seguire continuare a crescere per cancri o altre malattie derivanti dalle radiazioni. E nemmeno chi ancora non era nato rimase indenne, accusando dopo la nascita malformazioni o ritardi mentali. L’uomo aveva capito di potersi auto-distruggere meglio evitando di scaricare tonnellate di bombe, semplicemente premendo un bottone. Presso il Museo della Pace di Hiroshima son riportati tantissimi resti di quel momento, sperando che possano servire a terrorizzare volutamente per evitare che certe scelte non vengano più fatte in futuro. Si va dai sopracitati oggetti di uso quotidiano, ai vestiti di bambini fino a resti veri e proprio di pelli umane. Strettamente legato all’atomica è la storia commuovente di Sadako Sasaki, una bambina che al tempo dello scoppio aveva 2 anni e riuscì a salvarsi crescendo tra la scuola e lo sport prima di ammalarsi di leucemia (all’epoca assolutamente incurabile). Le radiazioni l’aveva raggiunta 10 anni dopo e per salvarsi creò mille origami a forma di gru (animale che in Giappone simboleggia la longevità) seguendo una antica leggenda. Non sopravvisse, ma la sua storia si, attraverso un monumento che raccoglie ogni anno migliaia di origami da tutto il mondo.

70 anni dopo ancora ci si chiede: Perché? Perché aggiungere altra follia lì dove di follia ne era già stata messa a sufficienza? Molti affermano, senza rimpianti e con grande cinismo, di aver risparmiato al mondo molti più morti oltre che almeno un, forse due, anni di guerra ancora. Senza considerare che la situazione del Giappone, rimasto solo nel conflitto, era allo stremo e la testarda resistenza ad oltranza dei giapponesi stava per cedere. Inoltre pochi giorni prima l’Unione Sovietica aveva dichiarato guerra agli stessi nipponici. Un destino quindi che era segnato nel giro di brevissimo tempo. Riflettendo su questi fatti e su ciò che da li a poco sarebbe iniziato la sensazione è che il Giappone fosse soltanto il bersaglio perfetto per mandare una sorta di intimidazione ai russi sulle capacità belliche americane. Per mostrare chi fosse il vero e più forte vincitore della guerra.

Non c’e dubbio che non ci furono vincitori ma solo sconfitti. Prima fra tutte perso l’umanità. Dopo 70 anni, finalmente, per la prima volta un rappresentante americano sarà presente alla commemorazione per vedere il Giappone bloccarsi con un rintocco di una campana. 70 anni colpevolmente in ritardo. Un paese che oggi possiede l’articolo più bello del mondo, l’art. 9. “Il Giappone rinuncia per sempre alla guerra e all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Giacomo Corsetti

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