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A NIGHT IN KINSHASA @TeatroEra

Una notte a Kinshasa, capitale dello Zaire, paese che oggi non esiste più. Così come non esistono la maggior parte dei protagonisti della storia raccontata da Federico Buffa, in un Teatro Era affollato da adulti.

La “Lotta della Giungla”, il memorabile scontro di boxe tra Foreman e Muhammed Ali al centro della storia, nella notte di Kinshasa. L’allestimento scenico si presenta maestoso e imponente, come a voler riportare visivamente l’effetto che doveva fare Cassius Clay, il Grande Muhammed Ali una volta salito sul ring. Lo spettacolo si accende letteralmente con un impianto luci accecante che rende benissimo la luce africana, quel sole arancione e faticoso che chi ha solcato il continente nero ha sempre negli occhi.

A night in kinshasa

Foto di Sergio Visciano – http://www.teatroera.it/evento/a-night-in-kinshasa/

Questo avvio prepotente però muore subito, come un grido strozzato in gola, uno slancio con inciampo. Lo spettacolo non parte, il pubblico non avverte mai il momento di avvio, quel piccolo scarto di consacrazione dell’inzio, partenza, via. La parola spettacolo e specchio derivano entrambe dal latino specto, guardare. Non a caso, infatti, assistere ad uno spettacolo teatrale è come guardarsi allo specchio, è come vedere riflesso a pochi metri di distanza la realtà di noi stessi. Per questo, spesso, il teatro inganna, diventa naturale, ci fa credere di essere semplice, la narrazione di un noi senza mediazione.
Il teatro è, in realtà, un sistema certosino di dettagli, scelte, tempi e controtempi. Il teatro non è salire su un palco e parlare al pubblico pagante. Non basta creare un po’ di atmosfera musicale e avere una cosa da dire, per fare uno Spettacolo Teatrale. E con implacabile severità e realismo, come farebbe l’onesto Specchio delle Brame, lo Spettacolo non funziona, non si avvia, non riflette che un insieme confusionario di nozioni snocciolate qua e là.

Kinshasa

Foto di Sergio Visciano – http://www.teatroera.it/evento/a-night-in-kinshasa/

Federico Buffa è un ottimo narratore di sport, ma questo non basta, per salire su un palco e tenere 90 minuti di spettacolo. Non bastano la gestualità, il ritmo (fin troppo studiato), non bastano le scelte registiche, un parlato affannato e stanco che chiude ogni frase in pause aperte.
Così come non basta un testo che manca nella complessità di costruzione. Il punto di partenza, raccontare un incontro di boxe, è già un’idea che teatralmente sfiora il folle. Spesso però a teatro le idee migliori sono quelle che contengono coraggio e audacia. Non in questo caso, dove più o meno consapevolmente, ci si rende conto che c’è sì, un’immagine, un personaggio, un momento storico di cambiamento per il blackpower, ma manca la storia. È assente il segno marcante di narrazione, quel “come” che ci indica Marquez: “La vita non è quella che si è vissuta , ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla.”
Ne risulta un susseguirsi di immagini imprecise e povere un affastellarsi di aneddoti e rimandi che creano un vortice confusionario e poco affascinante.

Kinshasa

Foto di Sergio Visciano – http://www.teatroera.it/evento/a-night-in-kinshasa/

Una notte a Kinshasa dev’essere bellissima. Quella che oggi è la capitale del Congo deve essere un luogo incredibilmente bello. Muhammed Ali, quella notte, deve aver avuto gocce di sudore come diamanti a incoronarlo e Foreman l’energia di un cavallo che divora al galoppo una prateria. Le luci, gli occhi, i soldi scommessi e persi. Milioni di storie dei milioni di occhi attaccati a quel quadrato di corde pieno di forza e magia. Milioni di neri che con Ali hanno riscattato secoli di prevaricazione. Un uomo che diventa un simbolo, che si fa Storia, che diventa materia, argilla, nelle trame di un continente.
Questo, avremmo voluto sapere di quella notte a Kinshasa. Perchè il teatro ha il dovere di scegliere un come, di scegliere da che parte stare, di scegliere le parole, ogni singola parola, da pronunciare. Ha il dovere etico di creare poesia, metafora, simbolo. Ha il dovere di raccontare, non di dire. Ha il dovere di creare la bellezza.

Flamina Vannozzi per RadioEco

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