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A Star Is Born: la recensione

Il sogno del successo e del vero amore pronto a essere spazzato via da lacrime amare e dal fuoco dell’audistruzione. Così Bradley Cooper si è immaginato il quarto rifacimento di A Star is Born, opera presentata alla 75.esima edizione della Mostra del cinema di Venezia e con protagonista una sorprendente Lady Gaga. Qui la nostra recensione.

A Star is Born

La vita della rock star Jackson Maine è come una bottiglia di whiskey. Amara, che brucia a ogni sorso, trasparente fuori, ma scura e infiammabile al suo interno. Pronto a tramutarsi in fuoco ardente e distruttivo, il suo contenuto è sempre in attesa di una miccia che lo accendi. Lontana è ormai per lui la speranza di incontrare sulla sua strada del ghiaccio capace di raffreddare i suoi istinti e diluire i suoi tormenti. Quando meno se lo aspetta, quel ghiaccio che sa di fuoco della passione, l’uomo lo ritrova negli occhi timidi e allo stesso tempo vispi di Ally. Lei, cameriera di giorno, cantante in drag-bar di sera, è il lampo che illumina il cielo di un Jackson rinchiusosi nella sua natura di tuono pronto a colpire la terra, tramortendola con la sua indole autodistruttiva. Per due cuori solitari la musica è l’unico veicolo di emozioni; non a caso è sul palcoscenico che scoppia la passione, gli occhi si incontrano e le parole diventano note da suonare e versi da cantare. Lo stesso universo che li circonda si traveste da palco su cui portare in scena lo show di eros e musica, dramma e risate, lacrime e luci; la fotografia alimenta questa trasformazione ammantando la scena di una luce soffusa, fumo e polvere di un sogno divenuto realtà per Ally, incubo alternato a pochi attimi di pura felicità per Jackson. “Forse è tempo di abbandonare le vecchie abitudini” canta il protagonista del film, e la star ci prova davvero a cambiare, sostituendo il liquido alcolico con il filtro d’amore, ma la pozione non è abbastanza letale da distruggere il fantasma del proprio passato.

Quello intrapreso da Jackson Maine in A Star Is Born è un viaggio sentimentale fatto di continui sacrifici e sofferenze auto-inflitte. Una caduta nell’inferno personale reso eterno dalla luce di proiezione della sala cinematografica; una luce non più della ribalta, ma del ribaltamento psichico e fisico, che si fa strumento rigenerativo tanto da rendere questa storia immortale. Quella qui raccontata è dopotutto una storia vecchia come il mondo: il successo che ti bacia, e un amore che si distrugge. Un leitmotiv narrativo che si fa portavoce di ciò che accade nel mondo reale, tanto da ritrovarsi in film propriamente metacinematografici come The Artist, o La La Land. Un circolo vizioso destinato all’autodistruzione in cui il termine “successo” non sembra possa far rima con “sentimento”. Una maledizione per cui, proprio come dimostratoci nelle diverse sfumature generazionali A Star Is Born, l’essere umano che osa toccare il sole dopo essere stato toccato dalla freccia di Cupido cade vittima del proprio inferno personale. Lo ha dimostrato nel 1976 la versione con Barbra Streisand e Kris Kristofferson, ancor prima quella del 1954 con Judy Garland e James Mason, e originariamente nel 1937 con Janet Gaynor e Fredric March.

 

 

Seppur acerba e e a tratti insicura, quella di Cooper è una regia che vanta il pregio di aver trovato una sua dimensione di interesse. È una regia “umana” perché perennemente concentrata sui volti dei propri protagonisti, riservando a loro, alle loro smorfie o alle loro esasperate reazioni, continui primi piani e inquadrature ristrette. Dopotutto quella narrata non è altro che la storia di due persone che si innamorano l’una del talento dell’altra, e sulla spinta di questo reciproco sentimento ispirarsi e salvarsi a vicenda. Una storia raccontata mille altre volte, ma che grazie a quell’insistenza sugli occhi struccati di Ally, e sulle mani di Jackson costantemente intente a coprirsi il viso, o tirarsi indietro i capelli, quasi a comunicare il momento in cui è disposto o meno ad aprirsi al mondo, ritrova una freschezza di narrazione che rende il film godibile e capace di sostenere il paragone con i propri predecessori. Scevra di pregiudizi e infondati timori, la pellicola si dimostra un buon prodotto, sorretta anche da ottime interpretazioni. Tralasciando Bradley Cooper, sempre ben calato nella parte, la sorpresa è tutta da ritrovarsi in Lady Gaga. Con ciò non si vuole elevare la cantante a nuova Barbara Streisand; tutt’altro. Il fatto che le vette massime della sua interpretazione vadano a combaciare con le parti cantate (una su tutte “Always Remember Us This Way”) sono elementi indicativi di una qualità attoriale ancora immatura e incapace di fare a meno dell’universo musicale di origine. Ciononostante, proprio a fronte di un livello attoriale alquanto acerbo e in via di sviluppo, Lady Gaga poteva cadere nel facile overacting, nella sottolineatura espressiva rasentando così la caricatura, ma così non è stato. La protagonista di A Star is Born si è dimostrata capace di rimanere entro i giusti limiti attoriali senza uscire mai dalla parte. Seppur convincente, il lavoro compiuto da Lady Gaga non riesce a raggiungere quello nettamente più introspettivo portato a termine da Cooper nella creazione del proprio personaggio di bello e dannato. La modulazione della voce, e il recitare con una tonalità di qualche ottava inferiore a quella normale, apporta al personaggio di Jackson un’ulteriore sfumatura di disperata sofferenza. È una nave alla deriva J. Sola e alla deriva, la sua esistenza è pronta a sbattere contro la scogliera. Ally poteva essere il faro che illuminava il suo cammino, indirizzandolo verso un porto sicuro, ma il suo animo è scheggiato, l’acqua (o per meglio dire l’alcool) ha iniziato a farsi largo in lui, fino ad annegarlo. Per quanto l’amore di Ally abbia tentato di cucire le vele gonfiate dal vento di passione, il suo spirito, quel timone malandato è ormai rotto.

Seppur richiesta dal suo essere figlia di un’idea portata sullo schermo altre volte in passato, il vero punto debole di tutta l’opera è il suo finale. Carica di pathos (e vicino al patetismo) la sequenza conclusiva appare come una costruzione ad hoc per dimostrare la bravura melodrammatica di Lady Gaga nell’aver donato un tocco umano e reale alla sua Ally. Così facendo Cooper ha invece trainato il film verso un sentimentalismo esacerbato e facilmente evitabile.

Voto: 7

Elisa Torsiello per Radioeco

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