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Afterhours e Ferretti. Perversioni di bellezza e potenza al Metarock

Cosa accomuna Portishead (album self-title dei Portishead), Tabula Rasa Elettrificata dei CSI e Hai paura del buio? degli Afterhours? Il fatto di essere usciti nello stesso anno, il 1997, e il fatto di essere capolavori insuperati.

10646992_10154553942290313_4505719839004906268_nImmaginate se i Portishead o i CSI redivivi annunciassero di portare in giro i rispettivi album per intero. Sarebbe un evento ancor prima che il tour si realizzi. Ma quale forza interiore ci vuole per non buttare in vacca la celebrazione di qualcosa di cosi speciale? Il rischio è di auto-celebrarsi o, peggio, di voler a tutti i costi aggiornare qualcosa che è già perfetto in una dimensione già metastorica.

Per quanto gli Afterhours si siano trasformati con Padania da una monarchia ad una diarchia di due lune che splendono d’ego e d’ispirazione, ovvero Agnelli e Iriondo, con il tour di Hai paura del buio? hanno voluto ricreare lo spirito ancora proteiforme di una band alle prese con il secondo disco in italiano, con uno spettro stilistico molto vasto, dove ogni componente della band porta la sua storia e i suoi ascolti: dal punk al grunge, sino al pop rock. Ritorna quel fottuto mondo antico fatto di rabbie e di rese, di rivoluzioni e di distorsioni, di amori ideali sbocciati contro il degrado del Paese reale.

Lo spettacolo a cui abbiamo assistito a Pisa, nella serata conclusiva del Metarock, parla di questo ritorno alle origini, dove tutti suonano tutto, dove tutto ti risuona dentro come parte della tua storia personale, di ascoltatore, di adolescente di fine anni Novanta. Impossibile fare una disamina obiettiva dello spettacolo, perché stiamo parlando di una celebrazione culturale a tutto tondo di uno stile, di un’appartenenza, che coinvolge anche chi scrive.

E’ stato uno di quei concerti in cui era necessario mettersi la cravatta, come quando vai a teatro a sentire Mussorgsky. E io l’ho fatto. Anche Dell’Era è stato dello stesso avviso. Manuel Agnelli e Iriondo in gessato. Tutti gli altri con tenute eleganti con richiami agli anni Settanta. A un appuntamento importante devi tirar fuori i pezzi migliori dell’armadio.

10590602_10154553942365313_1974885186701697611_nE l’armadio degli Afterhours di abiti sontuosi, non intaccati dalle tarme del tempo, ne possiede a decine. E si parte con Prette che si porta davanti al microfono ponendo al pubblico la fatidica domanda: “Hai paura del buio?”. Da li in poi il fuoco e le fiamme di 1.9.9.6. e Male di miele, la sinuosità di Rapace, e poi in rapida sequenza Elymania, Pelle e Dea. Non una pausa, non un intervento. Un tiro splendido, come si richiede per questi pezzi, e il tempo dell’anima che corre indietro a riannodarsi a discorsi mai veramente conclusi.

Quando il parco della Cittadella era invaso dall’inciso “Forse sei un congegno che si spegne da sé” all’unisono, in un dialogo in crescendo tra Agnelli e pubblico, cominciava a farsi prepotente l’idea che tutto era al posto giusto al momento giusto. Eleganza non solo nella forma, ma anche sostanza, come quella messa da Rodrigo D’Erasmo nel suo violino ormai sempre più punk, nelle pose ieratiche di Iriondo, sacerdote selvaggio delle sei corde elettrificate, nella saggia sobrietà del tocco di Ceccarelli, o nei timpano-rullante con cui si fa spazio l’impeccabile Prette.

“Voglio una pelle splendida” porta con sé una coda che permette al pubblico di entrare direttamente nel pezzo con un battito di mani, che continua anche a pezzo finito. Scenografico, ma struggente questo dialogo. Onde sonore che non si spezzano, ma che crescono sino all’epica dinamitarda di Lasciami leccare l’adrenalina e dell’anti-inno Sui giovani d’oggi ci scatarro su. E mentre ti logori le corde vocali gridando “L’alternativo è tuo papà” capisci che non è cambiato un cazzo da quando i bertinottiani-pacifinti-benaltristi saltavano allegramente da un centro sociale a una barca a vela.

Il momento di una breve pausa, e ritornano le inquietudini fatte riff. Irrompe Spreca una vita, una canzone che con Pisa ha una certa liason, in quanto il video è stato girato al Teatro Rossi. E poi un altro bouquet di pezzi dell’ultimo album: Ci sarà una bella luce, Costruire per distruggere, Padania, Io so chi sono. Scelta assolutamente azzeccata, perché Padania è un album che ha segnato un trend di ritrovata ispirazione e può essere accostato ai lavori di 17 anni fa senza sfigurare. Io sono chi sono è un pezzo straordinario dal vivo, dove Iriondo nel finale ci regala suoni di tromba e graffi alle chitarre, in contemporanea. Un pazzo.

La scaletta accoglie le cavalcate spremi-cuore come Quello che non c’è e Non è per sempre, cantate dal pubblico con le mani alzate al cielo. È un bel vedere.  E com’era prevedibile Agnelli desnudo calca il palco e fa roteare il microfono con una versione tiratissima de La verità che ricordavo. The King. Vorrei ben vedere quali mezze-seghe-fatte-male vascobrondiane oggi potrebbero tenere un palco in codesto modo.

10678676_10154553941775313_4164038131695651064_nAnche Ballate per piccole iene dà il suo piccolo tributo di perle, con la Ballata per la mia piccola iena e La sottile linea bianca. Mi tocca altrettanto questo passaggio perché il mio primo live degli Afterhours risale proprio al tour promozionale di questo disco. Non ci si stanca mai di sentirle. Infine arriva Bye Bye Bombay, la poesia struggente e violenta “sputata” da “un cuore nero e morto”, che chiude un live di oltre due ore. Sono performance degne dei veri signori del rock italiano.

E’ stata una celebrazione intensa, bella sino alla perversione domestica, quando sei capace di scopare con le stesse parole di quasi un ventennio fa, e la lingua non si stanca mai di leccare quella pelle ruvida, forse ora più rassicurante rispetto a quando questo disco era uscito. Una scopata nostalgica? Non proprio, semmai un amplesso che ci mette al riparo delle cialtronerie odierne, quando la democrazia musicale ha generato mostri tanto quella politica.

Un approfondimento a parte merita il live di Ferretti, seguito quasi immediatamente alla performance di Agnelli e soci. Il sacerdote (è giusto chiamarlo così) del punk italiano ha portato sull’erba della Cittadella il suo nuovo spettacolo: Partitura per voce cavalli incudine, con mantice e bordone.

Vestito con un lungo mantello con cappuccio, tenendo un moleskine tra le mani, sembrava una figura a metà tra il curato di campagna e il pastore. Niente di lontano da ciò che ora il nostro Ferretti interpreta sul palcoscenico della sua (recente) vita. Un’area circolare, steccata, ospita le esibizioni di sette cavalli, quasi tutti maremmani. Razza non facilmente ammaestrabile, proprio per la loro natura dura, tanto quanto le incudini su cui il mastro Stefano Falaschi insieme a un aiutante ha battuto il ferro con martelli e mazze in maniera talmente abile da far comprendere come effettivamente la musica sia nata ascoltando i ritmi di questa “battute”, un po’ come narra la leggenda di Pitagora che scoprì i rapporti delle consonanze musicali nella bottega di un fabbro.

Nella cerimonia – più che uno spettacolo – Ferretti affida al suo salmodiare un racconto affascinante, quello dei cavalli e del loro rapporto con la civiltà, un racconto che affonda nei millenni, e indaga la forza barbarica del gesto equestre che esplica la perfetta simbiosi di cavallo e cavaliere. In questa narrazione trovano posto greci, romani, goti, bizantini. Impressiona il livello di coerenza stilistica e ispirazione del nuovo Ferretti, impressiona il valore letterario dell’opera.

Ferretti non è solo signore della parola, ma anche dei silenzi. Le sue pause danno spazio ai respiri dei cavalli, essi stessi parte fondamentale di questo “teatro equestre”. Alcuni momenti dell’opera sono accompagnati da Paolo Simonazzi, grande polistrumentista e musicista della tradizione, alle prese con ghironda, zampogna e mandoloncello.  I cavalli invece sono stati guidati da Marcello Ugoletti, signore dei cavalli, e Cinzia Pellegri, signora della corte. Tutti domano qualcosa… chi il fuoco, chi le parole, chi le note, chi l’irrequietezza animale. E’ una cerimonia che celebra la potenza. Solo chi ha vissuto la montagna può comprendere appieno quello che si è consumato sotto i nostri occhi. Non mancano i momenti più attesi dal pubblico, come gli interludi di Amandoti e Annarella dei CCCP, una suggestiva interpretazione di Maremma amara, e persino un Te Deum.

La partitura è un’opera a suo modo epica, e sorprende come dalla storia del cavallo di Patroclo sino ai nostri giorni il pubblico rimane letteralmente immobile per sapere come va a finire questa storia irrisolta: a chi compete il controllo? A chi compete la potenza?

Caro Ferretti, se l’Appennino, la religione cattolica, l’allevamento dei cavalli ti ha dato una simile forza, io metterei oggi stesso la firma per seguirti sui monti.

Giuseppe F. Pagano
Redazione musicale

 

Tutta la gallery del concerto degli Afterhours la trovi qui

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