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Alessio Cremonini e il successo di Sulla mia pelle: l’intervista

Un cordone di persone ha invaso l’area urbana attorno a cui si staglia il Cinema Arsenale di Pisa. Sono uomini, donne, ragazzi che, composte e in religioso silenzio, aspettano il loro turno per entrare in sala. Erano anni che non si vedeva un’immagine del genere e per chi vive di cinema vedere un riscontro così ampio per un film tratto da una vicenda così cruda come quella di Stefano Cucchi fa bene al cuore. Ecco perché aver intervistato il regista del film, Alessio Cremonini, più che un evento, è stato un onore.

Alessio Cremonini Ti aspettavi che il tuo film oscurasse quello di Damien Chazelle a Venezia? No, ma questo non è il mio film. Di tutti. È nostro, un lavoro meramente collettivo. Se leggete sul manifesto non compare la dicitura “un film di” bensì “regia di”. Quella che apre questa intervista fatta ad Alessio Cremonini in occasione della proiezione di Sulla mia pelle al cinema Arsenale di Pisa è in realtà l’ultima domanda rivolta al giovane regista classe 1973. Ci sembrava doveroso aprire l’articolo che state leggendo riportando fedelmente queste parole perché in esse si ritrova tutta quella forza, quel coraggio e la voglia di portare sullo schermo un caso fin troppo accantonato e impolverato da anni. Un’idea balenata per sbaglio quasi, complice un intervento radiofonico di Ilaria Cucchi alla radio, e che ha portato Cremonini a ricercare negli archivi cinematografici una pellicola su Stefano che non c’era. Una mancanza ingiustificabile, un vuoto da colmare sotto forma di sfida che il cineasta non ha avuto remore nell’accettare. Due anni e mezzo dopo ecco allora vedere la luce sugli schermi di tutta Italia, e sulle piattaforme Netflix, Sulla mia pelle, opera incentrata sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi e interpretata da un immenso Alessandro Borghi e dagli altrettanti impeccabili Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano. Qui di seguito l’intervista completa al regista. Radioeco: Sulla mia pelle è un’opera coraggiosa e imprescindibile nel panorama storico in cui viviamo. Qual è stata la tua fonte di ispirazione? Quali invece le tue fonti? Alessio Cremonini: Ciò che ci ha stupito maggiormente durante la lettura dei verbali è la questione del corpo. Per quello il film si chiama Sulla mia pelle, perché il corpo nella vicenda Cucchi – e con esso intendo sia le tumefazioni del viso, che della schiena, che lo zoppicare sempre più pronunciato – posto in un mondo come quello del cinema fatto di immagini in movimento, diventava determinante e forse ancor più rilevante delle vicende stesse o dei dialoghi. Da credente l’immagine di Stefano disteso sul lettino mi ricordava la Sacra Sindone. La stessa musica è una rilettura elegante dell’Adagio Marcello di Bach, volta a ricreare un senso di deposizione figlia dell’iconografia classica rinascimentale. Per quanto riguarda la fonte d’ispirazione direi Il regno di Carrè, rilettura degli Atti degli Apostoli dallo stile scarno. Uno sile che abbiamo ritenuto adatto per la nostra storia, perché più scarno è il racconto più hanno modo di venir fuori gli attori.

Alessio Cremonini

© Elisa Torsiello

R: Mi collego proprio a questo. Quando ho visto il film a Venezia quello che si è palesato maggiormente agli occhi è questo lavoro di sottrazione compiuto a livello registico. È come se tralasciando tutto nel buio del fuori campo si richiamasse lo spettatore a colmare il non visto con la propria fantasia, acuendo così il senso di dolore e sofferenza. È stata una scelta presa a priori? AC: è vero, quella portata avanti è una regia scarna. Il problema principale mi è sovvenuto nell’atto di scrittura però. Mi sono chiesto, dato che tutti sanno come va a finire la storia, come posso raccontare ciò che ha portato a quegli eventi e portare la gente al cinema? Mi è venuto in mente quel genio di Hitchcock, il quale giocava proprio su questo fatto. Con lui lo spettatore sapeva poco dopo chi era l’assassino. qui la questione del processo – pur perdendosi – l’abbiamo usato per raccontare come ha fatto Stefano a morire. R: La scelta di Borghi come è avvenuta? Ti immaginavi lui già in fase di scrittura? AC: Sì, anche perché poteva essere solo Borghi. Forse la cosa in cui sono stato bravo e fortunato è aver ottenuto due attori come Jasmine che ha fatto un lavoro magnifico e Alessandro. Pur trattandosi di un ruolo piccolo, Jasmine si è prestata lo stesso offrendo in toto la sua bravura. Per Alessandro, al di là del suo talento immenso, dimostrato in Non essere cattivo, ciò che mi ha spinto a sceglierlo è stata la sua poca somiglianza con Cucchi. Lo tradiva nel corpo che per me è così importante. Magari qualcuno più somigliante rischiava l’imitazione da Bagaglino. È stata proprio questa distanza fisica che secondo me ha spronato Alessandro a compiere un lavoro non solo fisico quanto psicologico sul personaggio. Un po’ quanto fatto da Michael Fassbender in Hunger. Borghi ha lavorato talmente bene che alla fine del film assomiglia totalmente a Cucchi. R: Un aspetto positivo del film è il suo sguardo super partes. Mostra, ma senza giudicare. AC: Sai cosa? Spesso mi fermo a pensare cosa avrei fatto io in quel frangente. Cosa avrei fatto se avessi incontrato Cucchi? Ma soprattutto mi chiedo, perché lo hanno fatto? Perché ci sono abituati? Queste sono le domande da porsi. Non me la sento di dare una colpa. Mi rendo conto che chi lavora in quel contesto si ritrova immerso in un meccanismo non ben rodato. Non scuso l’indifferenza, ma non me la sento di accusare. Anche perché il senso del giudizio lo avremmo dovuto avere sin da subito per Cucchi che aveva un chilo e mezzo di fumo e un etto e trenta di coca in casa. Mostrando tutto e non mostrando niente abbiamo lasciato allo spettatore la libertà di scegliere se sentirsi arrabbiato con il sistema, con Cucchi, o con se stesso. R: Il film oltre che su Netflix è anche al cinema, dove ha ottenuto la miglior presenza media nelle sale. Ti aspettavi una risposta del genere da parte del pubblico? AC: Un film oltre che per il pubblico lo fai anche per te stesso, eppure no, non me l’aspettavo. Soprattutto non mi aspettavo un riscontro così unanimemente positivo. Ormai non riesco più a gestire le centinaia di messaggi che ricevo giornalmente. Non riesco più a rispondere a nessuno, nemmeno a chi mi dice grazie da cittadino. Per quanto riguarda la diatriba Netflix, io sono felice che il film faccia parte di questo catalogo, perché diamo la possibilità agli italiani all’estero di usufruire di questa visione.   Non sappiamo cosa abbiano provato le centinaia di persone che hanno affollato via San Martino e Vicolo Scaramucci una volta usciti dalla sala. Dolore, rabbia, cordoglio, impotenza? Chissà. Sicuramente da cittadini, ancor prima che da spettatori, ognuno di loro è stato invaso da un senso di gratitudine. Perché di storie come Sulla mia pelle, realizzate con rispettosa eleganza ne abbiamo sempre più bisogno. E chissene frega se vanno su Netflix. Tanto un modo per ritrovarci a commuoverci insieme lo troveremo sempre. Elisa Torsiello per Radioeco

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