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Andy Murray è davvero il n. 1, sue le Atp Tour Finals

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Andy Murray si aggiudica, per la prima volta anche, le Atp Finals e conferma la prima posizione mondiale. La finale contro Novak Djokovic ha mostrato tutto ciò che questi ultimi cinque mesi hanno racchiuso.

Ha vinto ancora Andy Murray. Vince tutto Andy Murray. Con le sue prime Atp Finals lo scozzese ha portato a casa la 24esima vittoria consecutiva ed il quinto titolo consecutivo. Nono in totale in un’annata clamorosa. Oltre che la conferma della prima posizione mondiale ottenuta a Parigi nell’ultimo Master 1000 della stagione. Per la prima volta la partita conclusiva dell’annata era anche quella che assegnava la leadership della classifica (oltre che il titolo di Maestro).

Ha vinto contro Novak Djokovic come non aveva mai fatto prima d’ora. Ha vinto di carattere. Un 6-3 6-4 che solo l’orgoglio del serbo ha reso più mite. In definitiva un match che si è giocato solo per due game. Quello del contro-break Djokovic e l’ultimo della partita. In un certo senso è come se fosse stato un set avanti soltanto entrando in campo Andy Murray. Una differenza mentale talmente ampia che le maratone di Murray contro Nishikori e Raonic non sono riuscite a minimamente a scalfire. Anzi, sembrava essere proprio Djokovic quello reduce da due battaglie spossanti da sette ore complessive.

Se Djokovic stranisce per le dimensioni colossali della sua involuzione post-vittoria al Roland Garros, Andy Murray confonde per la costanza e la determinazione con la quale ha raggiunto l’apice della classifica, prendendosi tutto lo spazio che negli anni passati gli era stato precluso da Djokovic, Federer o Nadal. Per la prima volta in carriera quella sorta di “‘ex-quarto Beatles”, quello più debole, è diventato Re e ha chiuso l’anno da numero uno del mondo. Al prossimo Australian Open sarà l’uomo da battere. Un primato che parte da lontano e che ha il suo punto di svolta proprio a Parigi al Roland Garros. E’ lì che Djokovic ha deciso che per quest’anno poteva bastare così ed è a Parigi, su una superficie mai amata ma dove ha imparato a pattinare, che Murray ha avuto la sensazione che forse si poteva fare. Dietro quella finale giocata solo per un set si può trovare la chiave di (s)volta di una intera annata e, magari, di una carriera. Dopo quella partita Andy ha perso solo tre volte. Numeri importanti mai avuti. Numeri da n. 1 del mondo.

Dietro ad ogni impresa sportiva si cela sempre un grande mentore. Per Nadal è lo zio Toni, per Djokovic Marian Vajda e per Roger Federer fu il suo primo allenatore Peter Carter. Anche se nessuno dei tre determinante come lo è stato Magnus Norman per Stan Wawrinka. Nel caso di Andy Murray è Ivan Lendl che, non fa niente per risultare simpatico (e pure in campo da giocatore non è che spiccasse per questa peculiarità), ma ha delle capacità motivazionali e tattiche che sorprendono ed esaltano il gioco difensivista e pallettaro di Murray, a cui ha dato anche una maggiore spinta verso l’offesa. Modifiche che a quanto pare hanno pagato. Il suo ritorno dopo due anni di assenza ha fatto capire a tutti che Andy Murray, per la prima volta, aveva voglia di provarci sul serio.

Dopo i tre dominatori adesso tocca a lui. Una prima (s)volta che potrebbe rappresentare un punto di rottura verso un’era meno epica ma sicuramente più democratica al vertice del tennis mondiale. Tutti quelli che gli ricordavano le sue origini scozzesi quando perdeva, per un po’ di tempo si dimenticheranno di questo particolare. Ora è il tempo di inchinarsi a Sir Andy Murray I, uomo dei record del tennis britannico.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

 

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