Andy Murray, la fine di una corsa durata tutta la carriera
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Andy Murray, la fine di una corsa durata tutta la carriera

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Dopo una lunga rincorsa Andy Murray è diventato per la prima volta n. 1 del mondo. Il primo britannico da Fred Perry. Un risultato che ormai non sembrava più raggiungibile.

Ci ha messo 29 anni per salirci per la prima volta. Alla fine c’è l’ha fatta anche Andy Murray. Al termine di una rincorsa che dura da tutta la carriera dietro a “quei tre” che tante volte lo hanno battuto e che lo hanno fatto sentire ad un livello inferiore. Ed in effetti ciò non sarebbe nemmeno troppo falso. Lo certificano i numeri. Il più umano, il più antipatico e forse il meno dotato del lotto che ha caratterizzato questa era tennistica. Andy Murray alla fine è diventato n. 1 del mondo detronizzando quello che soltanto quattro mesi fa sembrava un obiettivo impossibile da raggiungere, ovvero Novak Djokovicin netta caduta psico-fisica dopo la vittoria al Roland Garros proprio contro Murray. E ci è riuscito al termine di una stagione impressionante condita da otto titoli, tra cui uno Slam (a Wimbledon), tre Master 1000 ed il secondo oro Olimpico consecutivo a Rio de Janeiro.

Cultore del difensivismo dalle notevoli capacità tecniche e fine imprecatore contro chiunque gli capiti a tiro (ma sopratutto contro se stesso) Andy Murray più che quarto fenomeno di un’era forse irripetibile è sempre apparso come primo degli umani o capo di una fantomatica Resistenza tennistica che cercava di opporsi ai domini di Roger Federer, Novak Djokovic e Rafael Nadal. L’uomo dalla madre ingombrante alla fine è riuscito a crearsi il proprio posto nella storia, passando dal trionfo Wimbledon fino alla conquista della Coppa Davis senza mai attrarre molto il grande pubblico (senza considerare Londra). Sarà per quella sua dote difensivista da pallettaro autentico che finisce per corrodere l’avversario e che poco ha di esaltante o sarà per via di quella dote del lamento perpetuo che lo ha portato spesso a perdere partite già vinte come contro Nishikori nei quarti degli ultimi Us Open. Il n. 1 meno n. 1 degli ultimi quindici anni. Un emotivo che non trasmette emotività.

Scozzese quando arrivava in finale Slam e puntualmente perdeva e britannico in caso di trionfo, Andy Murray quest’anno è riuscito a raggiungere quella continuità di rendimento che gli ha permesso di recuperare ben 8000 punti a Djokovic dallo scorso 6 giugno. Un n. 1 che avrà sempre addosso l’ombra di “quei tre” che l’oscurerà un poco. Una costante in tutta la sua carriera. D’altronde quando si è stato gregario diventa difficile venir visti poi come capitano.

Dal 7 di novembre del 2016 la cittadina scozzese di Dunblane non sarà soltanto ricordata come il luogo nel quale avvenne uno dei massacri scolastici più orrendi che si ricordi e che vide coinvolto anche lo stesso Andy Murray, ma sarà anche il luogo che ha dato i natali al ventiseiesimo n. 1 Atp dal 1973. Il più mefistofelico tennisticamente parlando ma forse uno dei più umani.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

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