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Arance e martello: Intervista a ZORO

Mercoledì 10 settembre al Cinema Caffè Lanteri di Pisa è stato proiettato Arance e martello, opera prima di Diego Bianchi in arte Zoro, reduce dalla presentazione nella settimana della critica alla 71esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Il film racconta la giornata in cui la vita di un tranquillo mercato rionale viene stravolta dalla notizia della sua chiusura da parte del Comune. L’unica realtà politica a cui rivolgersi è una sezione del PD, al fondo della strada. Sarà una giornata unica, paradossale e tragicomica, in cui tutto diventa allegoria satirica della storia recente del nostro Paese.

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Diego Bianchi aka Zoro

Tra i primi blogger a riscuotere successo in Italia, grazie ai suoi ironici video su youtube nel 2008 Zoro approda in tv nel Parla con me di Serena Dandini. Sempre più apprezzato e sempre più analista politico dissacrante e disincantato, nel 2013 ottiene un programma tutto suo, Gazebo, con cui rivitalizza la seconda serata di Rai3. Come ci ha confidato lui stesso nell’intervista, Gazebo è stato riconfermato ed è ormai prossimo alla ripartenza, fissata per il 28 settembre (lo scorso maggio abbiamo avuto il privilegio di assistere ad una puntata live speciale, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia, QUI trovi l’articolo).

Questo è ciò che ci siamo detti ai tavolini del Cinema Caffè Lanteri:

Blogger, videomaker, presentatore. Tra tutte queste sfaccettature, io però vorrei partire da quella finora inedita: lo Zoro regista. Com’è nata l’occasione di cimentarsi in un lungometraggio?

Zoro regista… no, non parlerò di me in terza persona, non mi sembra il caso (ride).
La storia di Arance e martello è nata dal fatto che ho sempre scritto tante piccole sceneggiature, sin da quando facevo Tolleranza Zoro (la serie di video su youtube). È uno strumento con cui ho sempre giocato, raccontare storie mi piace, di solito racconto storie vere e ci metto un po’ di finzione sopra. Poi a forza di andare al cinema, uno si appassiona, si forma una propria coscienza critica, e dunque ogni tanto ci pensa: se avessi una bella storia da raccontare, mi piacerebbe giocare in questo campionato, o almeno provarci. A patto che sia una cosa che abbia senso e di cui ne valga la pena, per il rispetto che si porta al cinema.
Quando mi è sembrato di avere una storia di questo tipo (pura finzione, per quanto molto verosimile, poiché ha molti appigli sulla realtà), l’ho proposta alla Fandango, con cui lavoro da anni (Parla con me, Gazebo) ed è piaciuta. L’ho scritta nel 2011, ragion per cui la storia è ambientata proprio in quell’anno, e ho deciso di lasciarla così perché tra Berlusconi Presidente del Consiglio, Alemanno sindaco di Roma e la Polverini Presidente della Regione, in quel periodo non ci siamo fatti mancare nulla, soprattutto in zona romana. Diciamo che per una persona mediamente di sinistra era un periodo particolarmente critico che andava fotografato a futura memoria, perché è stato un momento di sofferenza che secondo me aveva senso di essere raccontato.
Dunque abbiamo fatto il film, girato l’estate scorsa, che ha avuto poi la fortuna e la grande gratificazione di essere stato selezionato per “La settimana della critica” al Festival di Venezia. Tutto molto bello, applausi, risate, tutto molto fico. Ora siamo qua, siamo da 5 giorni nelle sale, vediamo.

Tecnicamente come ti sei calato nella parte? È stato traumatico o ti eri preparato prima?

Traumatico no, chiaramente molto responsabilizzante, quello sì. Quando stai sul set sei circondato di gente che lavora per te, e che dipende da te. Ma dipende nel senso che se tu non dici, loro non fanno. Non perché non vogliano, ma perché lavorando ho capito che c’è un rapporto clamorosamente gerarchico in cui il regista ha potere di vita o di morte su qualsiasi cosa gli si muova intorno. Se sei molto decisionista magari godi come un mandrillo… io invece non lo sono. Per questo ho cercato di portare un po’ il mio metodo, ovvero il lavoro di gruppo, come porto avanti a Gazebo. Alla fine comunque è venuto un film di squadra: mi sono appoggiato a professionisti notevoli, da Umberto Forza direttore della fotografia, a operatori bravissimi, ai quali, dopo aver spiegato come volevo fare il film – ci siamo visti Fa’ la cosa giusta (cult-movie di Spike Lee del 1989) – ho chiarito subito che loro mi avrebbero dovuto risolvere i problemi, non farmi notare cosa non sapessi fare. Devo dire che ci siamo trovati molto bene, siamo stati tutti contenti del lavoro svolto insieme. Questo per quanto riguarda il set e la troupe. Con il cast alla fine è successa una cosa simile, lo spirito di gruppo si è riversato anche sugli attori che tuttora si sentono continuamente su whatsapp, vanno al cinema insieme, e si saranno visti il film 10 volte (ride). Sono venuti quasi tutti a Venezia, e dai racconti che ho sentito da chi frequenta l’ambiente dei festival, ho capito che non è una circostanza usuale. Alla fine della proiezione eravamo più di venti sul palco, dagli attori ai costumisti agli operatori, ed è stata un’esperienza molto bella. È stato l’unico set in cui sono stato parte attiva, mi rendo conto che magari non sono tutti così.

Hai intenzione di continuare su questa strada?

Guarda, non ho intenzione di smettere nel senso che non è stata un’esperienza negativa per cui ho pensato “basta, non lo faccio più”. Al tempo stesso, non ti posso dire che mi sia venuta la smania del cinematografo, non ho già scritto un secondo film come fanno tutti i registi fighi che appena ne finiscono uno già ne hanno pronto un altro. Io per ora proprio zero, nulla, tabula rasa. Questo non vuol dire che magari domani mi sveglio e dico “però, sarebbe interessante fare questo”. Non lo escludo a priori. Diciamo che al momento non è successo, anche per via di altri impegni abbastanza impellenti (il ritorno di Gazebo è previsto per il 28 settembre, come già anticipato nell’intro).

In molti notano un certo parallelismo tra il tuo percorso e quello di Pif, rafforzato ora da questo debutto al cinema (anche lui ha recentemente esordito come regista con La mafia uccide solo d’estate, nel novembre 2013). Ti trovi d’accordo?

Allora: sappi che con Pif ci siamo incontrati in un programma radiofonico-televisivo due giorni fa (Radio 2 SuperMax) dove Max Gusti ci messo una telecamera in mano, io ho ripreso lui e lui ha ripreso me e ci siamo molto divertiti. Per fortuna ci stiamo simpatici a vicenda, perché succede spesso che ci chiedano considerazioni dell’uno sull’altro. Semplicemente abbiamo avuto un’idea simile, senza andare a vedere chi l’abbia avuta prima, anche perché sinceramente non lo sappiamo. L’idea è quella di utilizzare la telecamera e fare tutto da solo, ora io parlo per me, ma immagino che per lui sia stato simile. Fare di necessità virtù: hai una telecamera in mano e qualcosa da dire, prendi parti e vai. E ti occupi anche del montaggio. Io faccio così e so che vale anche per lui. Poi certo, abbiamo degli stili diversi, lui ha una telecamera molto più figa della mia, si mette l’auricolare, io no… forse dovrei farlo, non sto dicendo che lui sbaglia e sono quello figo, sono due cose diverse.

Secondo me avete anche due punti di vista diversi: il tuo è più cinico e disilluso, mentre quello di Pif è più esitante e (volutamente) impacciato.

Ora questo non lo so, sono considerazioni che spettano a chi guarda. Diciamo che entrambi siamo accomunati dalla necessità, capacità, o del limite se vuoi, di provare a raccontare con leggerezza dei temi piuttosto pesanti. Penso alla mafia, argomento del suo film, ma anche ad altre cose affrontate nelle sue produzioni televisive. Io mi sono occupato di Lampedusa, Manduria, L’Aquila, Pomigliano, Mirafiori, la Terra dei Fuochi… ora, non mi voglio incensare, è per dire che sono andato a fare delle cose pesanti (dal punto di vista del tema trattato) “cazzeggiando” in modo molto serio per cercare di far arrivare certe storie e certi contenuti in maniera più facile e diversa da come vengono raccontati di solito. Questo film a sua volta parla, estremizzando un po’, della crisi della politica e dei rapporti tra essa e i problemi della gente, rappresentati da questa chiusura improvvisa del mercato. Complice una certa incapacità di una sezione di volontari e militanti di sinistra con qualche difficoltà decisionistica, non tanto per colpa loro quanto per responsabilità di altre persone che stanno più in alto ma che loro sono costretti a rappresentare. Classico esempio: la segretaria della sezione che paga le colpe del segretario di partito. Quindi una dialettica forzata – per motivi che si vedranno nel film – tra la politica e il cosiddetto “paese reale”,  figura abusata ma calzante. Il tutto drasticamente raffigurato dalla muraglia gialla dei lavori della Metro C che divide questi due ambienti.

Tra l’altro, a proposito del film, in Arance e martello vediamo anche una web-radio esattamente come la nostra. Immagino che in passato tu abbia avuto anche questa esperienza.

Quella che si vede nel film ha lo stesso nome di una web-radio che creai io: si chiamava Carbonara Sushi Station. Al tempo lavoravo ancora a Exite (il portale internet, ndr) e col grafico di allora Marco Pesce e con l’aiuto di altri due tecnici realizzammo quella piccola realtà. Si parla degli anni 2005-2006. Facemmo questi tentativi di radio in cui mi sono divertito molto. Ci piaceva soprattutto il logo fatto proprio da Marco, dove c’era un piatto di carbonara con un lottatore disegnato sopra. Ancor prima avevo già avuto esperienze radiofoniche, ovviamente a Roma, a Radio Città Aperta. Qui invece sto andando indietro di parecchio, avevo più o meno 21 anni. È un mezzo che tuttora mi piace molto. Ah, tra l’altro vi do una notizia: Pif farà un nuovo programma radio, quindi il prossimo anno lo farò anch’io. Gliel’ho proprio chiesto: Pif mi dici che farai il prossimo anno così lo faccio anch’io? (ride)

Parlando di Gazebo, tralasciando che in casa mia non ci si è persi nemmeno una puntata…

Bravo, continua…

… vorrei sapere che rapporto avete con Andrea Vianello (direttore di Rai3, ndr), perché mi sembra che all’interno della rete vi valorizzi sempre di più.

Con Vianello abbiamo un ottimo rapporto: interferenze zero, fiducia molta. Sull’ipotesi di ri-esserci l’anno dopo, sono sincero, noi non abbiamo mai avuto particolari dubbi. Anche per un po’ di presunzione se vuoi, ma quando fai una cosa fatta bene, per la quale tutti i parametri sono positivi – pubblico, critica, social – un po’ di buonsenso non ti fa prendere in considerazione l’ipotesi di non esserci l’anno dopo. Ma non per diritto, quanto più per merito, a fronte dei risultati oggettivamente conseguiti con massimo sforzo ma con un investimento relativo. Gazebo non è un programma particolarmente costoso, basta vederlo, si evince anche dalla scenografia.

La location “rimediata” (il retro del Teatro delle Vittorie) però è anche una vostra caratteristica…

Sì, è caratteristica ma nasce per motivi di budget… se siamo nel retro dello studio delle Vittorie e non dentro non è per una scelta anticonformista, è perché era già occupato da altre trasmissioni (vi vengono realizzate alcune tra le più importanti produzioni RAI, ad es. Affari Tuoi, ndr). Non è che c’hanno detto “prego, venite nello studio delle Vittorie” e noi “no, mettetece fuori perché fa più strano” (scherza).
Sull’ubicazione, ti dico, poi uno si affeziona a quello che fa, per cui… la striscia quasi quotidiana di Gazebo mi piaceva molto, ci ha dato tanta adrenalina quest’anno perché stavamo sempre sulla notizia, alla mattina non sapevamo che cosa avremmo fatto la sera, e poi tiravamo su la puntata in una giornata, seguendo l’attualità, facendo uno sforzo produttivo notevole, stando sempre sul pezzo. Quest’anno sarà la stessa cosa, ma saremo domenica e lunedì (rispettivamente 40 min e 60 min all’incirca), e durante la settimana si tratterà di raccogliere materiale da riproporre la domenica. Quindi magari viaggerò un po’ di più rispetto all’anno scorso, perché ero costretto a rimanere a Roma durante la settimana (Gazebo andava in onda dal martedì al giovedì in seconda serata, ndr). E poi avremo delle prime serate. Quattro o cinque prime serate durante l’anno, non so ancora le date precise, credo che la prima sia verso fine ottobre. Quello sarà un ulteriore banco di prova, è molto stimolante affrontare nuove sfide.

E il tutto rigorosamente in diretta. Non dev’essere facile coordinare l’insieme della trasmissione quando si accumulano ritardi nel palinsesto.

È capitato una volta… beh diciamo che Floris aveva esagerato. Avevamo i Daft Punk pronti – Mirko e Makkox vestiti come due imbecilli – e lui (Floris, ndr) stava lì a intervistare Claudio Bisio, che, porello, non c’entra niente… però comunque Ballarò s’allungò e noi buttammo via mezza puntata. Io smadonnai, come dietro le quinte un po’ tutti, poi in diretta una battuta mi scappò.  Niente di gravissimo, anzi, diciamo che da questo punto di vista penso di essere stato sempre abbastanza signore, al di là degli sfori.

A parte la nuova collocazione, ci saranno altre novità all’interno di Gazebo?

La collocazione è la novità principale, per quanto riguarda personaggi nuovi… un po’ ci si pensa, però nulla di comunicabile. Non perché non te lo voglio dire, è che non lo sappiamo neanche noi. Il cast è confermato, partiamo dalle basi, la squadra non si tocca, però si può integrare. Con calma, senza la frenesia di doverlo fare per forza però. Anche in passato alcuni cambiamenti sono stati del tutto casuali… faccio un esempio: l’anno scorso, dopo capodanno, uno potrebbe dire “che bella quest’idea che avete avuto di Andrea Salerno che fa l’hacker”… Non è stata un’idea, assolutamente. Noi avevamo pensato solo di fare una burla, diciamo così, al MoVimento 5 Stelle, perché avevamo trovato un’immagine su internet e c’aveva dato lo spunto per questo finto hackeraggio del loro sistema di voto. Hackeraggio del quale nessuno si è accorto, neanche dopo averlo spiegato, che si trattava di uno scherzo.

Tra questi c’è anche mia madre.

Ma tua mamma ci può anche stare, sono i parlamentari dei 5 Stelle che dovrebbero essere particolarmente avvezzi a certi trucchetti tipici del web. Ma soprattutto ho spiegato in diretta come avevamo fatto, e non è bastato.
Ricordo che un membro del M5S aveva scritto una cosa come “su Rai3 è successa una cosa gravissima, il presentatore insieme a un pericoloso hacker ha bucato il nostro sistema di voto online”. A quel punto mi rivolgo a Andrea Salerno (uno degli autori di Gazebo, ndr), che come dico sempre, aveva scoperto lo zoom del telefonino da tre giorni, e gli dico: “tu saresti l’hacker… quindi preparati e entra nella parte del personaggio” e da lì è partito questo tormentone nei video successivi, con cui ci siamo fatti molte risate. Addirittura adesso gli chiedono anche di farsi le foto per strada. Lui chiaramente è molto imbarazzato.

Posso immaginare. Mi fanno cenno che, come si suol dire, il tempo è scaduto. Mi tengo le altre domande per la prossima volta, ci stai?

Noi qua stiamo.

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