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Artwork della domenica: “Closer” dei Joy Division

Pioggia, sole, grandine, sole, questo maggio ci sta facendo impazzire! Per fortuna oggi è domenica e vuol dire una cosa sola: artwork! Sedetevi, preparatevi un caffè, una birra, quello che vi pare e leggete qui.

Il 18 luglio 1980 viene pubblicato Closer, ultimo album della breve discografia dei Joy Division. Perché scegliere questo disco? Innanzitutto perché è un capolavoro del post punk, dark punk o chi più ne ha, più ne metta. È il testamento di Ian Curtis, che si è suicidato esattamente due mesi prima dell’uscita di Closer, e come tale l’album permette all’ascoltatore di dare un’occhiata all’universo malsano che aveva portato il cantante al tragico epilogo. Infine, per l’artwork che appare in copertina. Già quello di Unkown Pleasures ha avuto una fortuna assurda, anche negli ultimi anni. Si potrebbe dire che le linee irregolari di questa cover art stanno sulle magliette quanto ci stava la faccia di Che Guevara qualche anno fa. Una moda fin troppo democratica, dal momento che accomuna la sottoscritta a personaggi come il leader degli ex 883, o alla categoria degli hipster. Allora perché scegliere Closer? Per diversi motivi. Il primo è banale, semplicemente perché questa copertina è meno conosciuta, e merita invece di esserlo perché è di una bellezza innegabile. Il secondo perché il monumento fotografato si trova a Genova, per cui conoscere qualcosa del nostro paese non fa mai male, e infine perché devo ancora metabolizzare le emozioni dovute a due foto che, qualche tempo fa, Peter Hook ha postato sui social.

L’artwork è realizzato da Peter Saville, classe 1955, graphic designer di Manchester che conobbe Tony Wilson a un concerto di Patti Smith. Chi è Tony Wilson? È uno dei fondatori della Factory Records, produttore dei Joy Division e poi dei New Order. Un incontro per nulla casuale, Peter ammirava il lavoro di autori affermati come Linder Sterling, che aveva già iniziato la collaborazione con i Buzzcocks, e voleva intraprendere la stessa carriera. Conosciuti Wilson e Alan Erasmus (l’altro fondatore dell’etichetta), Saville fu ufficialmente introdotto nell’universo post-punk della Factory di Manchester, che annoverava tra i gruppi emergenti, proprio la band di Ian Curtis. Il lavoro di Saville consiste nel riutilizzare elementi del passato inserendoli in un contesto del tutto nuovo e diverso da quello originale. Una decontestualizzazione dell’oggetto che non viene decisa tanto in base a un particolare studio su quello che deve essere il risultato definitivo dell’opera, ma più in base al gusto estetico dell’artista, a un istinto guidato dalla sfera emozionale, dalla sua sensibilità artistica. Saville ha voglia di comunicare, è questo il vero intento di ogni suo lavoro, e ci riesce enfatizzando l’oggetto sul quale si posa la sua attenzione, a volte anche in senso grottesco.

Peter Saville, Tony Wilson and Alan Erasmus

Peter Saville, Tony Wilson and Alan Erasmus

Nel caso di Closer, all’immagine, alla tecnica di Saville si aggiunge la storia: è proprio questo ultimo fattore che rende l’artwork di oggi non soltanto bello, adatto, ma tragicamente solenne. L’oggetto scelto dal graphic designer di Manchester è la tomba monumentale della famiglia Appiani, che si trova al cimitero di Staglieno. La scultura è del genovese Demetrio Paernio, fotografata nel 1978 dal francese Bernard–Pierre Wolff. Saville propose al gruppo diverse foto scattate all’interno del cimitero italiano, tra cui quella che venne scelta per il famosissimo singolo Love Will Tear Us Apart“Credo che a Ian andassero bene”, ha detto Seville. “Forse, se mi avessero mandato le bozze dei testi e se avessi avuto una certa sensibilità, avrei pensato di non insistere su quell’argomento. E magari avrei proposto degli alberi..”. Nonostante la connotazione profetica dell’artwork, siamo più che contenti che Saville abbia mantenuto e realizzato questa idea. La scultura del cimitero è stata realizzata nel 1910, e riprende il principio neoclassico della bellezza marmorea. Le figure, che compiangono il defunto, sono tutte immobili nel loro dolore, coperte di stoffe che delicatamente formano pieghe, immortalate dalla fotografia in un gioco di chiaroscuri eleganti. L’eleganza è la prima cosa che traspare dall’opera, oltre al suo significato funereo, certo, ma la morte qui non ha brutture evidenti: la dipartita del corpo sdraiato sulla pietra tombale è splendida nella sua stabilità. Tutte le figure perdono la pesantezza del materiale di cui sono composte, per apparire invece eteree, leggere, creature di una dimensione congelata, tragica e lontana da quella terrena, una dimensione in cui si nascondono le ultime parole incise da Ian Curtis che ci avvolge, ci trascina nel vortice della sua disperazione ormai quasi calma, rassegnata, rispetto alla rabbia che si scorgeva nell’album precedente. artworkjoydivisioncloser La copertina del singolo di Love Will Tear Us Apart era stata realizzata prima di Closer. Eravamo andati nello studio di Peter, A Portobello Road. Aveva appena visto un articolo su un fotografo che aveva scattato delle foto i un cimitero alla periferia di Genova, dove venivano seppelliti i ricchi mercanti italiani. [...] Adoravo quelle immagini e adoravo la copertina di Peter. Sono sempre rimasto affascinato dal modo in cui gli apostrofi sono entrambi nello stesso verso. Non racchiudono la parola Closer come ci si aspetterebbe. Di recente gli ho chiesto cosa significassero, ed è venuto fuori che quelli che mi erano sembrati degli apostrofi sono di fatto dei punti, realizzati secondo lo stile del secondo secolo prima di Cristo. E il motivo per cui sono fatti in quel modo è dovuto alla postura dello scalpellino mentre incideva le parole e i punti. È una copertina bellissima. Tutti noi adoravamo le foto, soprattutto Ian. Mi chiedo: quando le ha scelte, si è reso conto di quanto sarebbero state simboliche? Non lo so; suppongo non lo sappia nessuno. Dentro di me penso di no, ma credo che le abbia viste e le abbia ritenute adatte alla musica contenuta nell’album – che di per sé era una specie di colonna sonora della sua sofferenza, o almeno penso che fosse così. Piuttosto scioccante, a dire il vero. Quando abbiamo scelto quelle foto, gli rimanevano meno di sue mesi di vita. Queste sono le parole di Peter Hook, musicista dei Joy Division, che ha scritto un libro che raccontasse la vera storia del gruppo, di Ian, della malattia che affliggeva il cantante, e delle circostanze che lo hanno portato al gesto del suicidio.

The silence when doors open wide Where people had paid to see inside, For entertainment they watch his body twist, Behind his eyes he says, ‘I still exist.’

This is the way, step inside.

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