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Artwork della domenica – “The Downward Spiral”, Nine Inch Nails

Questo 2016 è giunto quasi alla fine, e mentre si preparano le liste degli album migliori dell’anno, facciamo un tuffo nel passato, per parlare dell’artwork di un disco che è ormai considerato una pietra miliare. Immergiamoci negli anni ’90, nell’industrial dei Nine Inch Nails, per parlare dell’artwork di “The Downward Spiral”.

Siamo nel 1994 e Trent Reznor sta per regalare alla storia della musica, ai suoi fan e a se stesso, il capolavoro dei Nine Inch Nails. Partiamo dalla mente che si cela dietro al progetto dei NIИ, il già citato Trent Reznor. Trent è un bravissimo polistrumentista, un musicista geniale che già a sei anni sapeva eseguire Mozart senza sbagliare una nota. Dall’interesse per la musica classica passerà poi in seguito a quello per il metal, l’elettronica e la new wave, che saranno d’ispirazione per tutta la sua carriera. Sono gli anni in cui abbandonerà il gruppo di cui faceva parte, gli Exotic Birds, per iniziare a concentrarsi sulla sua musica e su quello che sarà il primo album, Pretty Machine, dei Nine Inch Nails. Trent Reznor compone e suona quasi tutti gli strumenti, e questo resterà sempre il modus operandi della discografia della band, di cui l’unico elemento stabile e fisso è appunto Trent.

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Dopo Pretty Machine e l’EP Broken, i Nine Inch Nails tornano sulla scena con The Downward Spiral, un disco che ha segnato gli anni Novanta, e che probabilmente li descrive al meglio, racchiudendo in una spirale che sembra infinita, tutta la rabbia di quegli anni, la violenza, tutto il senso di non appartenenza, il nichilismo, in un album che ha fatto scuola e che contiene brani di una forza devastante. Reznor decide di sfogare le sue parti più oscure, quelle più malate in un momento in cui la vita del leader dei Nine Inch Nails conosceva più bassi che alti, legati alla tossicodipendenza e alla depressione. Nel 1992 Trent decide di mettere in musica tutte le sue violente emozioni, trasferendosi e costruendo uno studio di registrazione a Cielo Drive, la villa conosciuta per essere stata la sede degli omicidi efferati della Manson Family. Qui persero la vita ben cinque persone, tra cui l’attrice Sharon Tate. Lo studio di registrazione fu chiamato Le Pig, in riferimento alla scritta PIG che si trovava sulla porta della villa e fatta con il sangue della Tate. Pig è una parola che risuonerà parecchio nell’album The Downward Spiral, basti pensare ai titoli di due brani, Piggy e The March of Pigs.

The Downward Spiral è un concept, anzi il concept di Trent Reznor, la sua creazione più complessa che arriva dopo due soli dischi ma è di sicuro il picco della band. È un lavoro maturo, carico di tensione, fatto di beat martellanti, chitarre distorte e abrasive, pezzi quasi al limite del rumore come Mr. Self Destruction che introduce il protagonista del concept, il quale troverà poi nel suicidio la libertà di fuggire a un sistema che lo tormenta, lo tortura. Attraverso brani morbidi come Piggy, la perdizione e la sessualità si insinuano in silenzio, in quanto mete di questo cammino all’inferno, di questo precipitare, ed esplodono poi con tutta la loro carica erotica e rabbiosa in quella che è la hit del disco. Un’ossessiva Closer, oltre ad evidenziare il tema del sesso, riprende anche quello della divinità, già affrontato nelle precedenti Heresy e Ruiner, dove la condanna di dio è totale. Come già aveva detto Nietzsche prima di lui, Trent ribadisce che Dio è morto, e che non gliene frega niente di nessuno. Si continua con pezzi folli, urlati che portano sempre di più il protagonista, Mr. Self Destruction all’abisso, alternati dallo strumentale A Warm Place, in cui si trova la dedizione di Reznor per il suo idolo, David Bowie, visto che il pezzo è una cover non dichiarata di Crystal Japan.

Siamo quasi alla fine del concept, e del protagonista della storia, ormai devastato e prossimo alla distruzione. Prima di lasciarci a quella che è una delle più belle canzoni di sempre, Trent mette in mostra la sua capacità di polistrumentista con Reptile, e poi ci trascina di nuovo nella follia, con la title-track, con urla che si addensano su quella che sembra una melodia scritta da Robert Smith. Hurt è la canzone più conosciuta dei Nine Inch Nails, anche grazie alla cover di Johnny Cash, ed è puro dolore, solido e lancinante. Hurt è devastante, è l’ultimo gradino prima della morte, prima della distruzione, ed è così bella e perfetta che non può che far male.

Un album immenso, una vera e propria opera d’arte scritta e messa in musica da quella mente geniale di Trent Reznor, e per quanto riguarda l’artwork? Quale cover art potrebbe prendersi l’onere di accompagnare un album simile? Chi si prenderebbe il peso di sviluppare un artwork che possa esprimere almeno uno della vasta gamma di emozioni e sensazioni sprigionate dalle parole e dalla musica di The Downward Spiral? Quell’uomo si chiama Russell Mills, un artista britannico che ha già collaborato con altri artisti sia per la creazione di diversi artwork per dischi, come Brian Eno, Peter Gabriel e Cocteau Twins, sia artwork che diventarono copertine di libri.

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L’idea di Russell per l’artwork è quella di elaborarlo per livelli, che siano sia fisici, fatti di materiali diversi, sia concettuali. Considerata la natura dei testi, la potenza della musica che si alterna tra ritmi frenetici, prossimi al frastuono, e melodie dolci, disperate e incalzanti, Russell Mills cerca di mettere tutto questo in un’opera fisica, reale, che riesca ad esprimere le sensazioni provate da lui nell’ascolto della musica di Trent Reznor, qualcosa che alludesse alla dicotomia dolore-guarigione. L’artwork che diverrà la cover art dell’album è fatto di gesso, acrilici, oli, metalli arrugginiti, insetti, tarme, il sangue di Mills, cera, vernice e garze mediche su un pannello di legno.

L’artwork è sviluppato su una superficie che ricorda quella di una reliquia, di un tessuto passato per chissà quante mani, di un colore bianco sporco, si intravedono delle piccole crepe in alto a sinistra, e quelle che sembrano delle ferite (realizzate con il sangue dell’artista). Un bianco rovinato, un artwork che dimostra come un tessuto probabilmente immacolato è diventato ormai logoro, marcio. È ormai la casa del sangue rappreso, ferite che ospitano addirittura mosche. Il resto degli artwork realizzati da Mills per The Downward Spiral li trovate qui, e sono, come le canzoni e il titolo dell’album, una discesa verso la disintegrazione. Agli insetti, che si moltiplicano, si aggiungono rami spogli di salici, e addirittura denti umani. Mills è interessato alla materia organica, alla sua capacità di diventare testimonianza di vite ed eventi passati. I nostri denti, che, dopo la morte, sopravvivono più a lungo di qualsiasi altra parte del nostro corpo, sono portatori di dettagli intimi delle vite passate.

È un artwork che rappresenta la morte prossima, la rassegnazione, l’intimità lacerata di un uomo pronto all’autodistruzione.

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