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Artwork della domenica – “I’m Your Man”, Leonard Cohen

Il 2016 non ci dà tregua! Alla lunga lista degli artisti che ci hanno lasciato, si aggiunge anche il poeta del rock, Leonard Cohen. Dato che quello di Cohen non è esattamente un nome qualsiasi, l’artwork di questa domenica sarà dedicato a uno dei suoi migliori album, “I’m Your Man”.

Scrivere un articolo su una personalità così influente e completa come Leonard Cohen è estremamente difficile, quindi non odiatemi se ometterò parecchie cose. Cohen è stato tante cose, cantautore, scrittore, ma la definizione che probabilmente gli calza più di tutte è poeta. Innanzitutto di poesie ne ha scritte per davvero, ma anche i testi delle canzoni non possono non essere considerati poetici in qualche modo. Cohen è stato in grado di descrivere temi complessi come la solitudine e la depressione, l’amore, il sesso, la musica, con una semplicità disarmante. Uno delle tematiche più ricorrenti è la donna, un essere quasi mitologico, impenetrabile e affascinante. La figura della donna è centrale, è anzi il nucleo dal quale derivano tutti gli altri argomenti affrontanti dall’artista. Noto come The Ladies’ Man, Cohen ha avuto una vita costellata di grandi amori e altri minori, che gli ispirarono molte delle sue canzoni più famose, ad esempio Suzanne, che fu tra l’altro reinterpretata in italiano da De Andrè, Chelsea Hotel #2 che racconta della sua avventura con una ia che avrebbe preferito un bell’uomo al cantautore canadese. Recentemente è uscita sui giornali un’altra testimonianza dell’amore che Cohen provava verso le donne, in particolare verso la donna protagonista di una delle canzoni più belle di sempre, So Long Marianne. Marianne Ihlen è stata la compagna e la musa di Cohen negli anni ’60, e poco prima della sua morte avvenuta lo scorso luglio, l’autore le ha scritto una lettera meravigliosa.

I’m Your Man è uno dei dischi che ha segnato diversi artisti, uno su tutti, un altro poeta dell’oscurità come Nick Cave, che si esibito nella title track nel film documentario dedicato a Cohen, che prende il nome dal disco. Pubblicato nel 1988, I’m Your Man porta Cohen a un livello musicale più moderno, la chitarra non predomina più, d’altro canto acquistano importanza le tastiere. L’album, da alcuni bollato come synthpop, differisce completamente dagli altri album a cui il cantautore canadese ci aveva abituato, tant’è che ha suscitato reazioni contrastanti in chi si era innamorato di brani come Suzanne. I’m Your Man è un album contraddittorio. La musica si è evoluta in una direzione più pop e commerciale, questa svolta, rende i brani per niente semplici, per due motivi. Innanzitutto le parole di Cohen sono sempre leggere e pesanti allo stesso tempo, la sua scrittura non risente di questa novità, piuttosto ne esce valorizzata. Ricordiamoci che siamo negli anni ’80 e tastiere e sax hanno la meglio sugli altri strumenti, ma in I’m Your Man, questa scelta strumentale rende i pezzi freddi e impenetrabili e non in senso negativo. La nuova linea strumentale insieme alla voce calda e bassa di Cohen, contrapposta a quella più alta delle coriste, crea una bolla dentro la quale galleggiano questi brani, che sono a portata di mano, ma bisogna saperli afferrare. Riguardo le tematiche, sono sempre quelle ricorrenti, tutte racchiuse all’interno di un solo brano, Everybody Knows, e poi affrontate una ad una nel resto delle canzoni. Bisogna citare I’m Your Man, in quanto stravolge l’immaginario sessuale dell’uomo. Finora abbiamo sempre visto come le donne diventano oggetti delle fantasie sessuali della mente maschile, mentre qui è Cohen stesso che si offre al sesso opposto come oggetto, un recipiente in cui le donne possono riversare i loro desideri ed esaudirli.

Leonard Cohen fotografato da Dominique Isserman

Leonard Cohen fotografato da Dominique Isserman

I’m Your Man è un album apparentemente più cupo, ma anche molto, molto ironico. L’ironia, questa varietà che compone l’album, si riscontra anche nell’artwork di I’m Your Man. Leonard Cohen ha già un’immagine definita, quella di un cantautore, anzi, un’artista di classe, raffinato, tant’è che la maggior parte di noi, lo pensa subito con il suo solito vestito gessato. Ed è così che lo vediamo anche nell’artwork dell’album del 1988, elegante fino al midollo, tanto che l’eleganza e la sobrietà sembrano parte del DNA di Leonard Cohen, ma c’è una nota che stona. Ma partiamo dall’origine dell’artwork.

Come tantissime altre volte, anche questa volta una fotografia è diventata un artwork storico, in un modo puramente casuale. Secondo Ira Nadel, che ha scritto Various Position, la biografia di Cohen, la foto è stata scattata da Sharon Weisz, mentre Leonard Cohen era impegnato a guardare le riprese del video di First We Take Manhattan. Il cantautore si trovava infatti in un magazzino di San Francisco, in quello che era evidentemente un momento di pausa. Leonard Cohen è infatti vestito secondo il suo stile inconfondibile, con occhiali scuri, maglietta bianca sulla quale non manca l’onnipresente completo gessato. Anche la postura dimostra serietà e compostezza, con la mano nella tasca dei pantaloni, sembra quasi in posa, ma non è così. Cohen era infatti in pausa, come si è già detto, e si stava concedendo uno spuntino. L’artwork ritrae Cohen infatti mentre mastica una banana. Una sorta di contraddizione, un smacco all’imagine composta che l’artwork sembrava aver immortalato: un uomo, un poeta, simbolo della raffinatezza, colto in un attimo di umanità. Cohen stesso si è talmente innamorato della fotografia, da usarla non soltanto come artwork del disco, ma anche come artwork sui poster del tour del 1988.

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L’artwork di I’m Your Man ci ridona un Cohen che più umano non si può, e in effetti è il titolo stesso a consegnarcelo come tale, e poi le due canzoni che lo rendono prima un amante che aspetta di essere usato, e poi un poeta, che osserva la corsa del tempo, rinchiuso nella torre della sua stessa arte.

I’m Your Man resta personalmente un album grandioso, anche perché contiene Tower of Song, una delle mie canzoni preferite di Cohen, che lo consacra definitivamente e nel modo più ironico possibile, al ruolo di poeta. Come al solito Cohen riesce a parlare di temi come l’amore e la solitudine con una facilità disarmante, ironizzandoci su, proprio a partire dall’artwork che dissacra l’aura che si era creata intorno a lui, per poi ribadirla in una delle sue canzoni. Ebbene la poesia di Cohen è per tutti, è lì e chiunque può accedervi, ma non tutti si lasciano conquistare, e in questo 2016 che non si stanca di mietere vittime, ci sentiamo sempre più abbandonati in un mondo che sta perdendo, pezzo per pezzo, la sua storia, e la sua bellezza.

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