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Artwork della domenica – “I Love You, Honeybear”, Father John Misty

È domenica, di nuovo, ve lo devo ripetere ogni volta? Mollate tutto e leggete un po’ di quale artwork si parla oggi. Questa volta non si va tanto lontano, almeno non cronologicamente parlando. Torniamo un attimo al 2015 con quel personaggione di Father John Misty.

Artwork Father John Misty

L’anno scorso usciva I Love You, Honeybear, e non lasciatevi ingannare dal titolo, non ci sono orsacchiotti e unicorni, niente di sdolcinato nonostante il rosa che padroneggia l’artwork. È un album musicalmente ben fatto, gli arrangiamenti sono notevoli, e si scontrano sempre con il testo.Il disco è tematicamente schietto, sarcastico, in cui si affrontano diversi argomenti, ma è l’amore il centro di tutto. Pubblicato sotto il nome dell’alter ego dell’artista, ovvero Father John Misty, l’album è stato presentato come un cencept in cui il reale Josh Tillman ha una crescita personale. Dopo aver sperimentato legami fallimentari e deboli, l’uomo incontra Emma, la quale sarà la sua compagna (nella realtà sono sposati) e gli farà avere una nuova visione dell’amore. Le tracce, non collocate in ordine cronologico, raccontano proprio questa presa di coscienza maturando la convinzione che il miglior amore possibile sta cercando qualcuno che è infelice allo stesso modo. Detta volgarmente, chi si somiglia, si piglia, ma dura solo se si è interessati a trasformarsi insieme, altrimenti non è amore. Questo è solo il nucleo da cui parte I Love You, Honeybear, il contorno è molto più esplicito su temi quali il sesso, la violenza, la noia, tutto ambientato nella psiche maschile di Tillman.

artworkiloveyouhoneybearartwork

Se l’album sembra complesso, l’artwork non è da meno. Josh Tillman ha affidato il compito di disegnare le intenzioni di questo concept a Stacey Rozich. Le illustrazioni della Rozich ricordano molto quelle che si trovano nei libri delle favole, colorate, dinamiche e anche un po’ spaventose e tetre. Maschere tipiche del folklore di diverse culture popolano il mondo di Stacey Rozich, che per l’artwork di I Love you, Honeybear si è cimentata anche nel disegnare visi umani scoperti, cosa abbastanza rara nel suo repertorio. Nel commissionare il lavoro, Tillman ha dato alcune guide all’illustratrice, e una delle linee da seguire era quella del sarcasmo. È da qui che arriva il bambino in braccio all’unica figura femminile nel front dell’artwork, concepita come una madonna cristiana, che richiama un po’ l’iconografia rinascimentale nella posa dell’allattamento, con la testa piegata dolcemente di lato. Il bimbo ha la faccia di un adulto, o meglio ha la faccia di Father John Misty, cosa che pare il cantante avesse esplicitamente richiesto, anche se l’idea di trasformarlo in un piccolo Gesù è stata della Rozich. Un’idea che potrebbe però essere stata ispirata dall’ascolto del disco, specie del brano Bored In The U.S.A. in cui si invoca un white Jesus che venga a salvare il povero Josh da un’educazione inutile che gli è stata impartita.

Alcuni dei personaggi che si trovano sulla scena arrivano direttamente da Tillman, che li aveva concepiti come suoi ulteriori rappresentazioni. Tra queste, oltre al bambino in braccio alla madre, un altro Father John Misty lo troviamo in un’altra figura dell’artwork, la bestia che divora la donna, con la quale non ha nessuna somiglianza fisica, ma in cui ha deciso di identificarsi forse a causa degli amori sbagliati pre Emma, della concezione forse errata che aveva prima della donna. Altri personaggi sono invece richiami alle canzoni presenti nell’album, come i mariachi che sono un collegamento con il brano Chateau Lobby #4, mentre la scena al bar che si trova all’interno del CD o vinile, è ispirata alla traccia Nothing Good Ever Happens At The Goddamn Thirsty Crow.

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Probabilmente il confrontarsi in studio con i due protagonisti del disco, ovvero Josh Tillman e la controparte Emma, ha aiutato Stacey a poter raffigurare al meglio questo incontro tra l’universo mentale dietro a I Love You, Honeybear e quello delle maschere folkloristiche dell’artista. E forse quel punto di incontro è la scelta di rappresentare solo la donna sul front dell’artwork e il bambino senza maschere, mentre il resto dei personaggi non ha volto umano. Anche la donna presente nella scena del bar, nonostante sembra, a causa del vestito che lascia intravedere la schiena, la più “umana”, anche lei non ha un volto da donna, ma è un felino. La Rozich stessa spiega che le maschere non servono a nascondere l’identità, non in negativo perlomeno. Devono essere lette piuttosto come una possibilità, quella di poter reiventarsi, di poter cambiare, di essere diversi, migliori o peggiori questo non conta, la scelta spetta al mascherato.

Le uniche due figure senza maschera sono invece circondate da spiriti, da demoni che li marcano sia da sopra che da sotto. In volo ci sono questi pipistrelli che ricordano figure infernali, mentre ai piedi della madre/moglie, si trova una iena che pianta le unghie nel terreno, un lupo (credo) blu che stringe un serpente fra i denti, e una bestia bianca. Le uniche prede sono loro, la donna e il bambino, gli unici ad esporre il volto e quindi considerati vulnerabili, fragili, non pronti per il mondo o forse gli unici che sono realmente se stessi, al punto di non aver più bisogno di cambiare. Forse la loro maschera è proprio la loro relazione, che, come si diceva sopra, in fin dei conti è un cambiamento ma non più attuato in solitudine.

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