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Artwork della domenica – To Pimp a Butterfly, Kendrick Lamar

Per chiudere in bellezza questo luglio Radioeco vi propone l’artwork della domenica. Questa volta si parlerà dell’osannato To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar. Un po’ di roba buona tra un tuffo e l’altro, può fare soltanto bene.

La bomba della domenica: To Pimp a Butterfly è un album diventato subito un must negli ambienti hip hop e rap, Lamar è stato acclamato con appellativi del tipo “genio”, “mostro”. Il 2015 è stato l’anno del giovane rapper, ma perché tanta esultanza intorno a questo album? Andiamo per gradi.

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Classe 1988, Kendrick Lamar, torna nel marzo del 2015 con il suo terzo LP. Cos’è che rende speciale questo lavoro? In poche parole tutto. Titolo, artwork, musica, parole, niente è lasciato al caso, è tutto controllato dall’artista nei minimi particolari non soltanto per fini artistici o per una tendenza al controllo maniacale. La verità è che To Pimp a Butterfly è un disco che parla, che segna un’evoluzione musicale nel genere, e allo stesso tempo lo riporta alla funzione di protesta politica e sociale.

Nonostante la Storia ci abbia regalato personalità come Martin Luter King, Nelson Mandela, il razzismo è ancora un vulcano ferocemente attivo nella società, soprattutto in quella americana. Molti sono ancora i neri che vengono accusati di reati non commessi, o uccisi per strada dai poliziotti. La rabbia parte proprio da situazioni del genere, quando sono le istituzioni a premere il grilletto, o a sporcarsi le nocche di sangue.

L’artwork di To Pimp a Butterfly rappresenta proprio questa ambiguità di fondo che ha dato vita a slogan come Black lives matters, che si trovano sempre più frequentemente sui social media, il che è un dato positivo se non collegato a qualche nuova notizia di cronaca nera.

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Un gruppo di ragazzi e bambini neri si trovano a fare una di quelle foto classiche da scolaresca su un prato. Niente di che se non fosse per due piccoli particolari che colpiscono subito l’occhio di chi prende in mano questo disco. Dietro il gruppo c’è la Casa Bianca, mentre a terra, in primo piano, un giudice bianco che, a giudicare dalle croci scarabocchiate sui suoi occhi, sembrerebbe morto. Persone e istituzioni, di nuovo, solo che questa volta l’esito della battaglia è diverso. La Casa Bianca è alle spalle di questi ragazzi che festeggiano anche in modo stereotipato, alla Scarface, tenendo in mano delle bottiglie e sventolando dollari. Poco conta che nello studio ovale ci sia seduto il primo presidente nero, perché quello che succede nelle strade, dove scorre il sangue, fa parte di un mondo che non trova posto in quel prato. E forse collocare il potere degli USA dietro tutti questi ragazzi, potrebbe far risaltare questa indifferenza avvertita nella quotidianità della gente di colore.

L’altro emblema del potere è il giudice steso sull’erba. Qui l’indifferenza non c’entra nulla, sembra più una vendetta per le tante ingiustizie decretate da quel martelletto che si trova ancora in mano al corpo del giudice, ma che non ha più nessun effetto sulla popolazione rappresentata da questo spaccato tutto al maschile. Un monito per quelle aule di tribunale che hanno mandato dietro le sbarre ragazzi innocenti, e che protegge le divise che si macchiano di delitti legittimati?

I ragazzi dell’artwork stanno festeggiando, un’euforia che se fosse ambientata in Italia, potrebbe essere quella dei tifosi al gol della vittoria della propria squadra. Sono proprio i sorrisi che rimandano all’ambiguità tragica che è in fondo il tema principale dell’artwork. Un uomo è steso lì a terra, eppure quei ragazzi sono contenti, solari. Uno di loro è al cellulare, quasi come se fosse intento ad avvisare a casa dell’accaduto, ma neanche lui è serio, o triste. Tra battaglie di gang, o con la polizia, la vita dei neri d’America è ancora quella dei brani di Tupac.

L’artwork di To Pimp a Butterfly è allo stesso tempo un pugno allo stomaco, e una carezza. Tanti sorrisi che arrivano da ragazzi, bambini, e un uomo morto a terra. Anche la scelta del bianco e nero, evidenzia questa situazione: i contrasti stanno dappertutto! Considerato uno degli artwork più controversi degli ultimi anni, quello dell’ultimo lavoro di Kendrick Lamar è assolutamente perfetto, pesante come un macigno, e terribilmente esplicito. Esattamente quello che troverete in un album che è ormai entrato nella storia a pieni voti.

 

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