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Artwork della domenica: Refektor, Arcade Fire

Ci risiamo, è domenica e questo vuol dire che per godervi nel modo giusto il meritato riposo, è in arrivo un nuovo artwork della domenica. Questa volta si tratta di un vero pezzo d’arte, che potete ammirare dal vivo se per caso vi trovate nei paraggi di New York.

Il soggetto di questa copertina è una scultura di Auguste Rodin, che risale al 1893 e che rappresenta uno dei miti più conosciuti dell’antica Grecia, quello di Orfeo ed Euridice. Andiamo con ordine. Il disco in questione è stato giudicato anch’esso una piccola opera d’arte. Sto parlando di Reflektor, l’ultima fatica degli Arcade Fire, pubblicata nel 2013. Un concept album che ha portato la band da essere una rivelazione, ad essere considerati una band ambiziosa e che sa giocare bene le sue carte. L’album è difficile da catalogare e da descrivere. Non ha la presunzione di essere considerato un lavoro sperimentale, molte sono le influenze che lampeggiano in questo doppio disco. Si sentono tantissimo gli echi del Duca Bianco di Station to Station, dei Cure di Smith e ci sono anche dei tocchi dance che hanno fatto pensare al mondo della disco-music. Insomma, detto così sembrerebbe solo un gran “pasticciaccio”, e invece la combinazione di questi elementi è riuscita ed è molto, molto gradevole. Reflektor è stato etichettato come un concept album. L’aspetto è quello di un concept in effetti: tracce che vanno oltre la canonica durata dei cinque minuti, doppio disco, un mito in copertina. Tutti indizi che coincidono con questa definizione, ma non è esattamente così. Reflektor ha un motivo principale, un tema che è quello di Orfeo ed Euridice, ma non è in realtà così presente in tutte le tracce da poter essere classificato come un’interpretazione del mito. Sicuramente la storia è la musa ispiratrice di questo lavoro, che è così complesso da non poter comunque essere racchiuso in definizioni così semplicistiche. artwork arcade-fire-cover L’autore della scultura che campeggia sulla cover dell’album è dunque l’artista Auguste Rodin, figura importantissima per la scultura moderna, chiamato il nuovo Michelangelo. Il tema è quello sempiterno della contrapposizione tra Amore e Morte, rappresentato benissimo dal mito di Orfeo ed Euridice, dall’amore del cantore per la sua donna che non ha riconosciuto come limite neanche la morte di lei. La storia, che è stata ripresa da mille autori, ma soprattutto da Ovidio nelle Metamorfosi, è conosciuta da tutti quanti, ma per sicurezza la riassumerò in pochissime righe. Orfeo ed Euridice sono molto innamorati, ma ad un tratto lei muore. Orfeo non si dà pace finché non gli viene concesso di accedere all’Oltretomba, con la promessa che gli verrà restituita Euridice, ma lui dovrà accontentarsi di guardarla soltanto dopo essere ritornati nel regno dei vivi, altrimenti la donna tornerà ad essere un’anima dello Stige. Essendo un mito greco cosa vi aspettate che sia successo? Orfeo è curioso, e la curiosità e l’intraprendenza sono tante volte nel mondo greco simili al peccare di hybris, di insubordinazione verso la divinità. Insomma, non resiste alla possibilità di poter scorgere il volto dell’amata, e giusto poco prima di arrivare alla meta, si gira e lei scompare. Una tragedia! L’amore può superare la morte, forse, ma non un ordine di matrice divina e gli antichi a queste cose ci credevano, tanto da tramandarsi storie di amori infranti, solitamente con sangue e lacrime compresi nel prezzo. Nell’artwork scelto per Reflektor ci sono i due personaggi dell’infausta storia d’amore, rappresentati da Rodin prima dell’inevitabile e definitiva separazione. Euridice è dietro Orfeo, attaccata a lui, non riusciamo a vedere che il suo volto che assume un’espressione che potremmo definire solenne, oppure l’espressione di una donna che è in realtà già rassegnata alla vita nell’Ade. Il viso di Euridice è emblematico, e per quanto mi riguarda, ritengo che si possa dedurre che il suo mezzo corpo e quell’aria triste, riflettano l’esito dell’impossibilità di ritornare ad essere felice e innamorata insieme ad Orfeo. Il cantore è invece avanti alla sua donna, con una mano davanti agli occhi, come se questa bastasse a reprimere la curiosità tremenda che gli fa pulsare le tempie. Il braccio di Euridice scivola su quello di Orfeo, ma sembra un tocco inconsistente, quello di una presenza che in realtà di carnale non ha più nulla. L’idea degli Arcade Fire era quella di creare uno scontro tra questi due mondi diversi. Il primo è quello classico dell’amore mitologico rappresentato dalla classicità dell’opera di Rodin. Dall’altra parte sta invece il mondo della loro musica fatto di ritmi che difficilmente potrebbero far pensare a una scultura e a un soggetto poetico come quello realizzato dallo scultore. C’è uno scarto evidente tra queste due sponde, è innegabile e la scelta di quest’opera come artwork del disco può sembrare azzardata (come l’album in generale d’altronde), ma come poche volte accade, non riesco ad immaginare un artwork diverso per questo album. Il contrasto viene sanato dal fatto stesso di essere stato evidenziato. I due mondi hanno collassato, è il risultato è più che riuscito.

“Oh, how could it be, Eurydice? I was standing beside you by a frozen sea Will you ever get free?”

 

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