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Auschwitz – 70 anni fa

L’affermazione più profonda che sia mai stata pronunciata a proposito di Auschwitz non fu affatto un’affermazione, ma una risposta. La domanda: “Ditemi, dov’era Dio, ad Auschwitz?”. La risposta: “E l’uomo, dov’era?”.
(William Clake Styron)

27 Gennaio 1945 – 27 Gennaio 2015. 70 anni sono passati da quando furono abbattuti i cancelli infernali di Auschwitz rivelando al mondo intero quello che sembrava inimmaginabile, surreale. 6 milioni di ebrei sono morti durante la follia della Shoah e molti altri moriranno anni dopo per la pazzia o per ripercussioni fisiche derivate da tali eventi. Considerando tutti gli individui dichiarati “indesiderati”, il numero sale a circa 15 milioni di persone massacrate. Insieme alle paure per torture, esperimenti, camere a gas ed esecuzioni si annidava nella mente di ognuno di quegli uomini la paura forse più grande. Non essere creduti. Per fortuna la storia non è andata così. E per fortuna ci sono stati degli eroi che hanno avuto la forza più grande, parlare. La memoria adesso siamo noi ed è nostro dovere proteggerla e tramandarla.

Per commemorare questa data così significativa la redazione di RadioEco ha voluto dare voce ai propri pensieri e alle proprie riflessioni su questo dramma umano. Per ribadire con forza come l’uomo sia uno solo senza distinzioni, sperando che tutto questo non avvenga mai più. Buona lettura a tutti!

 

Auschwitz_I_entrance_snow“Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse, il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, discussioni, ricerche di storici, ma non ci saranno certezze [...], la gente dirà che i fatti che voi raccontate sono troppo mostruosi per essere creduti”. Con queste parole le SS ammonivano cinicamente i prigionieri dei campi di sterminio, infatti uno dei topoi fondanti di tanta letteratura concentrazionaria è il timore di non essere creduti e di non aver fatto comprendere agli altri l’enormità di quello che è stato vissuto. Questo sentimento è stato ben esemplificato da Primo Levi nel saggio “I sommersi e i salvati”: “ Quasi tutti i reduci, a voce o nelle memorie scritte, ricordano un sogno che ricorreva spesso nelle notti di prigionia, vario nei particolari ma unico nella sostanza: di essere tornati a casa, di raccontare con passione e sollievo le loro sofferenze passate rivolgendosi a una persona cara, e di non essere creduti, anzi neppure ascoltati. Nella forma più tipica ( e più crudele), l’interlocutore si voltava e se ne andava in silenzio”. “Fortunatamente”, continua poi Levi, “le cose non sono andate come le vittime temevano e come i nazisti speravano”. Ma se la memoria ha trionfato sulle rovine, è anche grazie alla forza di chi, nonostante il suono minaccioso di quelle parole nella testa, ha trovato il coraggio di denunciare l’oltraggio subito. Anche a questo deve servire il giorno della Memoria, a non vanificare il loro sforzo e dire alle vittime: “noi vi crediamo, nulla è più mostruoso della crudeltà umana”.

Liza Bellandi

Auschwitz-Birkenau

“Distilla veleno una fede feroce” (Eugenio Montale). Tante parole sono state spese per esprimere l’inesprimibile: l’orrore che si fa vita, la vita che si fa morte, la morte che si fa numero. Le parole non emendano gli eventi né curano le ferite, possono però essere la testimonianza della nostra volontà di non chiudere gli occhi davanti alla sofferenza altrui, né la bocca davanti a un’ingiustizia che sembra non lederci: non baratteremo mai la verità con un’apparente sicurezza, la sofferenza con un silenzio complice dell’ingiustizia.
Il 27 Gennaio è la giornata dedicata alla memoria delle vittime dello sterminio nazi-fascista; il resto dell’anno sia il tempo concessoci per dare il senso a questa commemorazione all’interno della nostra quotidianità. Non accontentiamoci mai di una sedicente verità, perché la verità è una conquista personale. Non accettiamo mai una linea politica come nostra guida morale, perché solo la nostra coscienza conosce la giustizia. Non smettiamo mai di parlarci.

Gabriele Flamigni

 

176_1img_282870 anni avendo la sensazione di quell’odore nel naso, le stesse urla nelle orecchie, lo stesso inchiostro sotto la pelle. 70 anni con i sogni turbati, le cicatrici sulla pelle e non. Un tempo enorme nel quale più domande hanno riempito la nostra mente. Perché? Come è possibile? Primo Levi ha cercato di spiegarcelo con una poesia, molti l’hanno raccontata, alcuni hanno taciuto. Per terrore di ricordare, non per omertà. 70 anni fa veniva liberato il campo di sterminio di Auschwitz. Il simbolo per antonomasia del terrore e della pazzia nazi-fascista era stato svelato, dando luce a quella pianificazione sterminatrice che prende nome Shoah. Lo strumento che ha trascinato 6 milioni di ebrei alla morte insieme ad altri milioni fra oppositori politici, prigionieri, zingari, omosessuali e malati mentali. Una verità talmente traumatica e sconvolgente che perfino gli stessi nazisti hanno cercato di nascondere, insabbiare e negare. Per nostra fortuna e per fortuna dell’umanità intera non ne hanno avuto tempo. In un periodo in cui, per politiche marce e corrotte e per crisi economiche, il nazionalismo (anche estremo) e la caccia al diverso (tra xenofobi, anti-immigrati ed anti-islamisti) sta risalendo in superficie, noi tutti dobbiamo, più di prima, alimentare la memoria. Ricordare che il 27 gennaio dura 365 giorni l’anno. Primo Levi diceva “L’Olocauso è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”. Quindi parliamoci, ascoltiamoci.

Giacomo Corsetti

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