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Bella Figura @ Teatro Era

Roberto Andò arriva al Teatro Era col meraviglioso testo di Reza, Bella Figura. L’incontro fortuito tra un gruppo di persone molto diverse e quasi complementari, mostra un quadro surreale di puro realismo.

Yasmina Reza è una delle più prolifiche e interessanti drammaturghe contemporanee. Ha scritto testi teatrali e romanzi profondi, lucidi e taglienti. Ha un senso chiaro della stratificazione che sta nella realtà e una capacità illuminata nel restituire questa complessità attraverso la costruzione dei personaggi. Così come nelle coppie di coniugi di Dio del Massacro (noto al grande pubblico con la versione cinematografica di Polansky, Carnage), anche in Bella Figura, Reza dipinge ogni personaggio con un collage di immagini. Fornisce allo spettatore un set di illustrazioni stereotipate che una volta appiccicate l’una sull’altra danno una tridimensionalità complessa e articolata, che stupisce e destabilizza. I personaggi di Bella Figura, specialmente Andrea, hanno battute apparentemente diverse e incoerenti che preludono a cambi emotivi profondi, in un gioco con lo spettatore di scoperta e approfondimento.

Bella Figura - NoemiArdesi (foto da CS)

Bella Figura – NoemiArdesi (foto da CS)

Il gioco, inoltre, è con i registi e gli attori che affrontano un testo della scrittrice francese. I vari livelli di lettura e soprattutto di restituzione, sono percorsi ad ostacoli, labirinti di senso e di messa in scena. Ogni volta che si sceglie di percorrere una strada, di dare un tono, un senso, un indirizzo ai personaggi, si finisce col trovarsi in un vicolo cieco. E questo è quello che è successo anche a Roberto Andò e ai suoi attori. Grandissime capacità tecniche e sapienza attoriale. Chiarezza, attenzione, ritmo. Spontanei e pronti, gli attori in scena tengono in piedi uno spettacolo complicato, ma rendendolo fin troppo semplice. Di fronte al dedalo di incastri ed emotività testuali, Andò sceglie di planare dall’alto, dare uno sguardo d’insieme, complessivo, che risulta gradevole ma vuoto di dettaglio interessante.

Bella-Figura-NoemiArdes

Bella Figura – NoemiArdesi (foto da CS)

La scena è d’impatto. Una vera automobile parcheggiata nel centro del palco, due livelli scenici, un bagno trasparente (che attrae ponendoci nel ruolo di voyeur) e un interno/esterno a tratti poco chiaro. Il senso che resta è di una ricerca fin troppo complessa di realtà, non utile a dare il significato pieno del luogo d’azione. Il verosimile è troppo vero e reale da fa perdere quel tocco magico d’immaginazione, che neanche la splendida cornice del gracidare delle rane, che fa da geniale controcanto a tutte le scene nella seconda parte, riesce a salvare. Inoltre, la complessità scenografica, costringe l’impianto generale a cambi scena lunghi, noiosi, bui e pedissequi. Un vero spreco di tempo nel ritmo complessivo.

Bella Figura - NoemiArdesi (foto da CS)

Bella Figura – NoemiArdesi (foto da CS)

Robertò Andò aveva per le mani delle perle. Un testo ironico, sarcastico e abissale che è stato pronunciato al pubblico come divertente, quasi spensierato, sopra le righe. I personaggi che Reza scrive non sono esagerati, invece, sono così realistici da essere irrappresentabili, come a doversi difendere dalla crudezza della verità che muovono e che
portano sul palco. Gli amori, le delusioni, la fatica delle diverse età. La sensibilità al mondo e alle relazioni, la crudeltà che sta dietro ai rapporti e la fatica di starci dentro. Tutte cose perse per strada dal regista palermitano. Tanto che, nel finale, tutta la platea resta quasi sospesa, stupita dalla battuta di chiusura, che profondamente centrata nel testo, perde di senso per la superficiale restituzione scenica.

 

Bella Figura - NoemiArdesi (foto da CS)

Bella Figura – NoemiArdesi (foto da CS)

La tradizione (teatrale e cinematografica) italiana ha illustri esempi di un tragicomico leggero, un riso che sfocia in una smorfia di amaro. Totò, Sordi, Verdone, il primo Virzì. Il funerale di Amici Miei. Altissimi momenti in cui siamo stati capaci di scendere, planare sul dettaglio, concentrarsi sulla complessità delle cose e colorare il lavoro artistico di
sfumature e tracciati. Sarebbe bello che il teatro tornasse là, in quella selva difficile e paurosa di lavoro, passare dal pirandelliano “avvertimento del contrario” al “sentimento del contrario”. Il pubblico capirà, perché allora sì che riconoscerà se stesso, il vero se stesso, la vera solitudine, il sentirsi incompresi e vivrà la compassione per la vita. E sarà un pubblico con una risata in meno ma con una scossa di cuore in più.

Flaminia Vannozzi per RadioEco

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