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Bohemian Rhaposody: la recensione

Arriva nelle sale italiane Bohemian Rhapsody, il film che riporta sullo schermo il leggendario Freddy Mercury e della storica band dei Queen

Dopo l’ incredibile successo negli Stati Uniti, è giunto anche nelle sale cinematografiche italiane Bohemian Rhapsody, biopic su Freddy Mercury, nonché (ed è inutile dirlo) film atteso dai nostalgici fan della rock band inglese.

Bohemian Rhapsody

La realizzazione è stata una vera e propria odissea sin dalle prime fasi, a causa della travagliata storia produttiva acuita dal licenziamento di Sacha Baron Cohen prima, del regista Bryan Singer poi e dalla successiva post-produzione di Dexter Fletcher,.

Quando giunse la notizia di un film dedicato al leader dei Queen, le preoccupazioni furono unanimi. Con il passare del tempo si sono susseguite varie ipotesi sul cast di Bohemian Rhapsody e, in particolare, sul ruolo del protagonista. Scartato Sacha Baron Cohen, la scelta ricadde sull’ attore Rami Malek  a cui fu deciso di affidare alcune delle parti cantate, aternandole alla vera voce di Mercury (anche se mixata a quella del cantante canadese Marc Mater).

Il film si apre con la crescente attesa dell’ evento che ha rappresentato una tappa importante, non solo nella biografia della band, ma nell’ intera storia della musica: il concerto del Live Aid del 1985. Si parte da lì per poi tornare indietro nel tempo mediante flashback e ritornare a ripercorrere i primi quindici di vita del gruppo, dalla nascita della formazione nel 1970 fino all’ epico concerto.

Il ritmo di Bohemian Rhapsody è simile a quello della canzone che ne dà il titolo. L’ introduzione è di grande effetto, lo spettatore sale con Malek/Mercury sul palco di Wembley e vede davanti a sé una folle immensa; poi inizia a ricordare e a ripercorre con lui una storia a ritroso, fatta del ricordo delle vicende familiari,  dell’ incontro con la band e l’ ascesa al successo. C’è poi una parte centrale operistica e drammatica, in cui il vizio e l’ inizio della malattia la fanno da padrone. Il finale torna ai fasti iniziali, energico, vitale, immortale, all’ insegna del rock.

film-queen

Saremmo davanti a un film riuscitissimo se non ci fossero ben cinque macroscopiche incongruenze storiche riguardanti l’ incontro di Freddie con gli Smile  e la nascita di un progetto musicale comune: il collocamento temporale dell’ incontro con Mary Austin (la donna che più di tutte è stata vicina a Mercury); l’entrata in scena del bassista Deacon; l’inserimento nella trama del discografico Ray Foster, – interpretato da Mike Myers – mai esistito; e infine,  l ultima nota stonata, forse la più significativa di tutte e inerente a una presunta separazione dei Queen da Freddie nel 1983, cosa mai accaduta.

C’è inoltre da interrogarsi sul perché si sia scelto di fermare la storia al 1985, non raccontando così i successivi sei anni di vita e carriera del gruppo e del cantante, culminati poi nell’ album Innuendo. Ci sarà un seguito al film? Verrebbe da chiedersi.

Nonostante questi punti deboli, Bohemian Rhapsody risulta in definitiva emozionante e godibilissimo. Si ride, si riflette, ci si commuove.

Dalla sua ha la straordinaria performance di Malek il quale, nonostante l’ aiuto del cantante Marc Martel (“sosia vocale” del leader dei Queen), ha cantato quasi tutte le canzoni sul set, così da garantire una perfetta sincronia tra video e audio.

A favore del film va naturalmente tutta la colonna sonora composta dalle celebri hit dei Queen, con una scrupolosa riproduzione del Live Aid del 1985, una sequenza di scene che ci regalano delle emozioni fortissime, come ad esempio nel momento del duetto Mercury –  fan. In quel momento lo spettatore subisce infatti una sorta di straneamento. Non capisce più dove si trova esattamente, se sul palco con Freddie Mercury, o tra il pubblico dello show, in quella folla che rimane ferma a guardare fino alla fine e oltre il proprio idolo, fino a quando la leggenda esce di scena.

Malgrado i difetti, in definitiva, il mito rivive a pieno in Bohemian Rapsody  e la cosa non può di certo lasciare indifferenti.

Voto: 8 e 1/2

 

Isabel Viele per RadioEco

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