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Il ring come teatro. “Boxe – attorno al quadrato” va in scena a Lari

11825725_10155842094840313_4600235261466905102_nLa vita come rappresentazione teatrale. La rappresentazione teatrale come un incontro di boxe. Per proprietà transitiva quindi ci dovrebbe essere una parentela anche tra la boxe e la continua lotta per la sopravvivenza, tra il pugile suonato che deve andare avanti e il senso di vuoto dell’esistere.

Quando si tirano fuori concetti del genere, scadere nella retorica del significato è un attimo. Per fortuna ha evitato questa deriva “Boxe – attorno al quadrato”, la pièce teatrale diretta da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, che è andata in scena ieri sera al Teatro di Lari, all’interno del Collinarea Festival 2015.

Lo spettacolo parte con uno zoom sulle aspirazioni di un moderno Cenerentolo (Dario Mangiaracina) intento a far pulizie, ma pronto a tener testa alla vita. Nei suoi movimenti, prima ancora che nelle sue parole, si denota un vitalismo che ben presto si scontrerà con una compagine sportiva oscura, stanca, demotivata. Un sestetto formato da varie professionalità iconiche – dalla cassiera alla ragazza-ripresa, dall’allenatore al medico (Filippo Farina, Veronica Lucchesi, Mariagrazia Pompei, Quinzio Quiescenti, Stefania Ventura, Gisella Vitrano) – dovrà organizzare un match per accaparrarsi un finanziamento (pubblico? privato?) in occasione della “fiera mondiale”. L’allusione all’Expo e ai finanziamenti a pioggia che tali eventi garantiscono è proprio li, sotto gli occhi, a dirci che non corre molta differenza tra organizzare un combattimento e tirar su uno spettacolo teatrale a comando.

Povero ragazzo, quello al centro della scena, che spazza e balla, mostrando la fragilità del sogno di chi è vissuto masticando letture su match memorabili, e crede alle promesse fatue di questi gatti e queste volpi, che dai tempi di Collodi ad oggi si sono moltiplicati sotto il principio della divisione del lavoro.

11755210_10155842095635313_3062656739294036898_n“Boxe – attorno al quadrato” è una narrazione di sacrifici, privazioni di cibo, allenamenti intensivi e soddisfazioni risibili. Il pugile-artista è pesato con l’ausilio di corde, e l’intera immagine non può non rimandare a quella di un burattino vivente in mano a sei “pupari”. E’ persa la voglia di rischiare, di rilanciare. Ognuno deve svolgere il suo compito, a ognuno spetta un’apparizione, un “successo”. Non nel senso di trionfo, ma nel senso di participio passato di “succedere”, un po’ come dei florilegi consumati di aneddoti in bocca all’ex pugile.

Con lo stratagemma della metafora sportiva – peraltro già usata da Civilleri/Lo Sicco in “Educazione fisica”, in una prospettiva meno corale – si gioca al metateatro, alla disarticolazione dello spettacolo. Quello che va in scena è l’osceno, cioè quello che dovrebbe stare fuori di scena, e quindi la struttura materiale a cui soggiace lo show biz (e qui i fan della storia sociale dell’arte farebbero salti di gioia). L’incontro di pugilato è solo una brevissima parte della narrazione, il resto è lavoro sulla selva dei significanti, in particolare il movimento dei corpi. Già, perché anche l’occhio è ascolto, tanto nella boxe quanto nel teatro.

Un progressivo disvelamento, attraverso le luci, prima della scenografia e poi dei corpi, ci porta verso un epilogo in cui i riflettori serviranno ad illuminare solo la conta dei dividendi. Sembra una riedizione dei “Bari” di Caravaggio.

Unico appunto allo spettacolo: “Boxe” poteva essere accolto in un spazio più ampio. In molti passaggi si è avuta la sensazione che il movimento sulla scena fosse “castrato” dagli spazi esigui. Per il resto va il plauso alla regia per aver reso percepibile il concetto di “Running to stand still” – per dirla con una canzone degli U2. Bravi.

 

Giuseppe Flavio Pagano

Foto di Michela Biagini (qui trovi l’intera gallery)

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