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Calcio: Ricordando la Grande Ungheria indossando una tuta

calcio
Il calcio ha avuto nella propria storia grandi ispirazioni.

Da giocatori a intere squadre che hanno saputo contemplare un’idea per modellare uno sport, quello del calcio, che di anno in anno si faceva sempre più popolare. Mi vengono in mente il “calcio totale” letteralmente “suonato” dagli Olandesi di Sua Grazia Johann Crujiff oppure il Milan di Arrigo Sacchi, guarda caso sempre con gli olandesi come protagonisti. Gli indimenticabili Gullit, Van Basten e Rijkaard.

Potrei stare qui ad elencare pure il Grande Torino se non fosse che proprio nello stesso periodo nel quale incantava la squadra granata, si esibiva in giro per l’Europa la prima grande rivoluzionaria del gioco. Una squadra che verrà spezzata proprio dopo una rivoluzione. Quella del 1956. Era L’Ungheria di Ferenc Puskas, forse uno dei quattro – cinque giocatori più forti. La prima sinfonica struttura sportiva che riuscì a capire che si poteva giocare in un modo diverso. Che si poteva ammaliare il pubblico. Pure quello inglese, che presuntuosamente rivendicava la paternità del calcio e non molto facile da conquistare dopo una leggendaria partita finita 3-6 per i magiari. Semplicemente era avanti anni luce. Tra “falso nueve” e primi sprazzi di “calcio totale”. Tutte cose che verranno riprese dopo. Da un certo Rinus Michels. Forse chi segue il calcio ne ha sentito parlare.

Quel vento rivoluzionario che non fu sportivo bensì storico e che portò alla fine del ciclo ungherese, pose fine di fatto anche al calcio ungherese nazionale che mai tornò ad esprimersi a livelli d’eccellenza. Ultimo Europeo datato 1972. C’erano ancora le partite in bianco e nero alla televisione. Mentre l’ultimo Mondiale è del 1986 in Messico. Apparizioni incolori quanto insoddisfacenti che hanno fatto da preludio al periodo di infinito purgatorio delle qualificazioni. Tra delusioni, sfortuna e mancanza totale di talenti. Come se qualche Dio del calcio avesse voluto punire quella stessa nazionale per essere stata troppo bella nel passato. Come se fosse una colpa creare stupore dando semplicemente calci ad un pallone.

Punizione che è terminata qualche sera fa quando la nazionale ungherese guidata da Pal Dardai, con la vittoria contro la Norvegia negli spareggi di qualificazione, è riuscita a spezzare quell’incantesimo e a regalarci per la fase finale dell’Europeo in Francia una nobile decaduta che, per chi ama il calcio (inteso puramente come sport) come me, mancava. Per ciò che rappresenta nella storia di questo sport. Una volta gli idoli erano i Puskas o i Kocsis, adesso l’idolo è il portiere “nonno” Kiraly, che grazie ai suoi prodigi nella doppia sfida contro i norvegesi e dopo vari trascorsi tra Germania ed Inghilterra (ancora ricordo i suoi miracoli in Champions con l’Hertha Berlino) è riuscito a regalarsi una gioia con la propria nazionale. Una gioia che non può non far simpatia a chiunque ammiri il calcio.

Lì dove una volta il simbolo era ingombrante come quella dote innata che è la “classe” adesso ci sono i pantaloni della tuta che il portiere magiaro indossa ed ha indossato per tutto l’arco della carriera. Meravigliosamente unici e dal sapore di un calcio anti-convenzionale. Abbigliamento che si scontra con un mondo sempre più invaso da giacche e cravatte in panchina e fighetti ingellati in campo. Un’ulteriore segno, già divenuto una vera e propria icona, che rappresenta a pieno la nuova mentalità di una squadra costruita sulla spensieratezza e sull’umiltà. Di solito sono i primi elementi per fare bene nello sport. Magari lo saranno anche per fare bene in Francia.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

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