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Calcutta @ Metarock2016 [live report]

Ieri siamo stati alla terza serata del Metarock Festival, che ha visto sul palco Calcutta. Ad aprire il concerto i Mandrake.

calcutta

Lo spettacolo non è iniziato puntualmente. Salgono sul palco i Mandrake alle 21.55, con 25 minuti di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Tuttavia, la compagnia di Paolo Conte, Rino Gaetano e perle auliche come “L’inno del corpo sciolto” del buon vecchio Benignone nazionale o “Tu vuò fa l’amerciano” di Renato Carosone, ha senz’altro allietato l’attesa e intrattenuto il pubblico. Definirei la rotazione musicale pre-concerto col termine nazionalpopolare, ma ogni volta che scrivo o dico questa parola, da qualche mese a questa parte, mi si stringe lo stomaco… aaah, questi tormentoni estivi!

mandrake

Insomma, torniamo a noi: partono i Mandrake, band livornese ormai attiva da 6 anni nella scena musicale locale, che propone al pubblico del Metarock il suo folk-pop, ma soprattutto la presenza di una violista – Asita Fathi – che a me fa sempre caldo al cuore. Dopo circa 40 minuti di concerto, salutano il pubblico e la folla di gente intorno a me inizia a fremere per l’entrata in scena del cantautore di Latina, che negli ultimi mesi è davvero diventato un fenomeno nazionale, grazie al suo album Mainstream, uscito lo scorso Novembre, che ha generato sul web un hype incredibile (che io lo so, Edoardo, che ogni volta che lo leggi ti girano anche un po’.. ma è la verità!).

Dopo un’attesa di quasi 20 minuti (che iniziava ad essere snervante), sale sul palco Edoardo D’Erme, aka Calcutta, con i suoi quattro musicisti.
In tutto questo, mi sono dimenticata di dirvi che mi ero ritrovata in prima fila. Si, gli ero in collo in pratica, ed era tanto che non provavo l’ebbrezza della transenna. Che ricordi, la gioia della transenna! Sono tornata indietro di sei anni, al mio primo Metarock, dove 19enne, arrivai 4 ore prima dell’inizio del concerto per non perdermi il live dei Motel Connection da davanti il microfono di Samuel… inutili dettagli, lo so.

calcutta

Ora qui devo fare una premessa, bella e buona: io Calcutta live lo avevo già sentito. Il 9 Aprile di quest’anno, al Cage (Livorno), e ne ero rimasta fortemente delusa. Del tipo che arrivai lì, dopo essermi ascoltata e riascoltata Mainstream per mesi, carica per cantare a squarciagola “Ho fatto una svastica in centro a Bolognaaaaaa ma era solo per litigare“, e si, in effetti andò così, ma la voce del pubblico in pratica fu l’unica che sentii. Mi ricordo che Edoardo (mi  piace chiamarlo Edoardo, scusate) si scusò, disse che aveva mal di gola e non era in formissima, ma io rimasi comunque insoddisfatta, perchè ti aspetti sempre che quando salgono sul palco diano il massimo.. colpa evidentemente dell’egoismo insito nel genere umano. Quindi si, IERI ERO PARTITA PREVENUTA, lo ammetto a malincuore. Ma sono taaanto felice nel dirvi che mi sono dovuta ricredere!

Il concerto inizia con Limonata (anti radical chic abbbbestia proprio) e io mi sento una quindicenne, con la transenna tra le mani, e mia cugina e la sua amica diciottenni accanto a me che se la cantano come se non ci fosse un domani. Belle sensazioni, dopotutto! Subito dopo parte Frosinone, altro grande successo di quello che è uno degli album italiani che più ha diviso pubblico e critica negli ultimi 10 mesi. A quel punto Calcutta parte con le dediche, che caratterizzeranno il concerto per almeno la successiva mezz’ora, e se ne esce con un “A tutte le persone che se ne sono andate”, ed io, vuoi per il mio essere inguaribilmente romantica o per la mia visione distorta del mondo (più probabile la seconda), penso a “Cosa mi manchi a fare”, e invece no: attacca con Cane, che poi se ci ripenso.. puoi mai volere un Amore più grande e sincero?

Finito il pezzo, ci comunica che quella di ieri era la loro 91esima data del tour  – NOVANTUNESIMA! – e che il successivo pezzo lo dedicava al fatto che si erano riposati tre giorni, ritrovandosi più stanchi di prima. Il detto “più dormi e più dormiresti”, è universale, si sa. E via con Fari, tratto dall’ep del 2013 “The Sabaudian Tape”. Poi un susseguirsi di altre dediche: I dinosauri dedicata all’estinzione del genere umano, Milano ad una ragazza che gli aveva scritto nel pomeriggio cose incomprensibili, e poi una dedica all’Emilia Romagna (“e ai tortellini”) con Gaetano. E qui, come si suol dire, c’è il delirio della folla. Cori da stadio, me compresa.

Dopo essere rimasto solo sul palco con Alberto (detto “er tracina”) ed aver suonato e cantato Le barche, si concedono una breve pausa, con Dal Verme in sottofondo, per poi ripartire con Cosa mi manchi a fare. Indiesagio <3 A seguire Albero, Pomezia e Amarena. Si passa poi da un brano romantico, Del verde, ad un brano che “parla di gente nuda sulla spiaggia” (cit.), Mi piace andare al mare. Come da tradizione, ringraziamenti, finta uscita di scena e dalle prime file parte all’unisono un “se non metti l’ultima, noi non ce ne andiamo!“. Bbbbbelli i teenagers.

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Rientrano, e ripartono con Arbre magique: Ma noi, “una cantina buia dove noi” non l’abbiamo avuta mai. E qui, in mente, ricordi su ricordi di tutte le sere in cui, con un bicchiere di vino rosso in una mano ed il canzoniere o la chitarra nell’altra, finisci a cantare “La canzone del sole” con gli amici di sempre. Lucio, we miss you.

Segue forse l’introduzione più bella della serata: “Questo è un brano che riflette sul destino del mondo, scritto con un ambientalista ed un pacifista, una sorta di nuova Imagine insomma” (coglietene l’ironia) e inizia Oroscopo che, da quando ho letto da qualche parte che fa cagare pure a lui, la ascolto più divertita! Si finisce con un vero e proprio bis di Frosinone e Gaetano, su richiesta del pubblico, e con un “ci si vede alla prossima data, nel 2023″, che mi ha fatto sorridere.

A vedere questo ragazzo sul palco, un po’ goffo (passatemi il termine), genuino (ripassatemi il termine, grazie), che cantava insieme al suo pubblico, con una sigaretta in una mano e una bevuta nell’altra, circondato da musicisti, amici, che a guardarli ti viene da pensare “che cazzoni” (con affetto, si intende), mi è venuta quasi voglia di averlo come amico… nonostante sia restio a rilasciare interviste. Ma ti perdono, Edoardo!

Il concerto è durato a malapena un’ora, il che un po’ mi è dispiaciuto. Comunque mi sono divertita, se non lo aveste capito. Anche perchè ai concerti succedono cose belle.. anche quando ci vai quasi controvoglia, succedono sempre.

 

 

 

 

 

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