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Cannibali e vegetariani – riflessioni su alimentazione e società

Se oggi discutere di alimentazione è una priorità, ciò deriva dal predominio di un sistema eccessivo: la nostra dieta è infatti caratterizzata da un notevole consumo di alimenti, soprattutto di carni e grassi, che troppo spesso eccede non solo il normale fabbisogno giornaliero di un essere umano, ma addirittura le soglie stesse del benessere: consumiamo più cibo di tutti gli altri e anche in quantità decisamente smodate. Per citare un famoso film di Marco Ferreri, l’Occidente gozzoviglia in una “grande abbuffata” che assomiglia più a un suicidio, a un endo-cannibalismo: ingrassiamo per meglio decomporci, ci mangiamo da dentro.

Immagine presa dal sito ambientalista www.gaiaitalia.it

Immagine presa dal sito ambientalista www.gaiaitalia.it

Una reazione a questa forma di eccesso “gastromaniacale”, a questo “cannibalismo 2.0”, è rappresentato dalla corrente più o meno articolata del vegetarianismo. La generalizzazione del rifiuto dell’alimentazione carnea definisce l’identità del movimento soprattutto in opposizione ai disvalori dell’eccesso di chi consuma carne. Generalizzando, si può dire che il vegetariano medio è insomma una specie di ribelle che si fa portavoce di una diversa visione dell’uomo attraverso la protesta alimentare. Se siamo quello che mangiamo, allora i vegetariani combattono per essere liberi dall’eccesso cannibalesco: cercano cioè la strada della purificazione dallo spargimento di sangue.
Questo elemento oppositivo è una caratteristica del vegetarianismo di tutte le epoche. Al tempo dei Greci gli orfici e i pitagorici, appartenenti a sette filosofiche in aperta opposizione con il sistema politico-religioso ufficiale, predicavano l’astinenza dal consumo carneo attraverso la diffusione di miti. Un celebre racconto orfico, ad esempio, narrava di come Dioniso fanciullo fosse stato attirato con dei balocchi dai Titani, sgozzato vivo e poi cucinato in modo disordinato (prima bollito, poi arrostito) per essere divorato dai tracotanti mostri. L’interpretazione più accreditata di questo mito vuole che i Titani cannibali siano prefigurazione di un’umanità disordinata che attraverso lo spargimento di sangue delle vittime sacrificali (rappresentate da Dioniso) commette l’empietà più grande: divora ciò che è divino. Ci sono già in testi di questo tipo elementi che ritroviamo nelle recenti pubblicità animaliste, ad esempio quella contro il consumo di carne d’agnello: nella maggior parte di queste (vedi immagine) assistiamo al contrasto tra il carattere innocente e infantile della vittima (l’agnello / Dioniso fanciullo) e la violenza dello scorrimento di sangue, contaminazione da cui l’umanità ordinata, resistendo agli istinti titanico-cannibaleschi, deve depurarsi. C’è poi da parte dei vegetariani antichi e contemporanei una tematizzazione del nesso tra alimentazione carnea e la degenerazione di chi mangia carne: nel mito orfico i Titani venivano inceneriti da Zeus, mentre nella medicina odierna, talvolta sfruttata da chi vuol dare una più concreta base razionale alla sua astinenza, si evidenzia la correlazione statistica tra l’eccessivo consumo di carne e squilibri fisiologici (più alto rischio di formazioni tumorali e malattie del sistema cardiocircolatorio). In entrambi i casi il cannibale distruttore di vite si autodistrugge attraverso una disordinata alimentazione.

La violenza messa “sul piatto” dalle varie mitologie del vegetarianismo ha dunque la funzione di combattere ed esorcizzare la violenza stessa. Un riflesso di tale sistema di pensiero lo troviamo anche nell’estetica contemporanea, caratterizzata da tendenze spiccatamente “splatter”. Negli “splatter” c’è come una sublimazione della voluttà di spargere sangue (residuo di un dionisismo che l’uomo non ha mai completamente represso) che, fungendo da valvola di sfogo, permette l’esorcismo delle pulsioni violente. Se nella tragedia greca i delitti non avvenivano mai sulla scena, nella sensibilità moderna al contrario l’unico modo per rendere operativa una catarsi è spargere sangue dinnanzi agli occhi dello spettatore. Pensiamo all’Alex di Arancia Meccanica che sopprime i suoi istinti “cannibaleschi” attraverso una cura a base di immagini ultra-violente. Il meccanismo funziona proprio perché attraverso la finzione estetica lo spettatore compatisce la vittima e prende le distanze dal carnefice “depurandosi” così dall’appetito per la distruzione.
Come la tavola e l’arte sono lontani parenti, così il gusto per il truculento è gemello del desiderio di depurazione. Se oggi non sappiamo mangiare, ciò deriva dal fatto che non sappiamo chi siamo e/o dal fatto che forse lo sappiamo anche troppo. Fortuna che la società contrasta la sua magrezza ideologica con i talent-show sulla cucina! Devo a MasterChef un grande insegnamento di vita: quando ci offrono sul piatto d’argento modelli sociali decisamente troppo crudi, possiamo sempre domandare: “Vuoi che io muoro?”.

Dino Ranieri Scandariato per Radioeco

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