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La canzone secondo Simone Lenzi

Lo scrittore e cantautore livornese Simone Lenzi, voce dei Virginiana Miller, presenta al Pisa Book Festival il suo libro “Per il verso giusto. Piccola anatomia della canzone” (Marsilio Editore).

Non si butta via niente, come il maiale”: dopo il successo del romanzo “La generazione” da cui è tratto il film “Tutti i santi giorni” di Paolo Virzì, il quarto libro di Simone Lenzi nasce dagli appunti di alcune lezioni tenute a Princeton, alla Scuola Holden e nella più vicina Poggibonsi. Da poco trasferitosi sulle colline di Fauglia (“come diceva Lutero, se si pecca, pecca forte: non solo ho tradito Livorno, ma sono addirittura diventato pisano”) il cantante dei Virginiana Miller “racconta come funziona la canzone”, scrive l’amico Francesco Bianconi dei Baustelle nella prefazione al libro. E alla presentazione al Pisa Book Festival fa una sola preghiera: “Chiedetemi tutto, tranne se nasce prima il testo o la musica. Sarebbe come chiedere se vuoi più bene al babbo o alla mamma”.

La canzone “Chi non lavora non fa l’amore” di Adriano Celentano, uscita nel 1970 in un clima di scioperi e contestazioni, “è scritta sulle scale del blues, genere che nasce dalla sofferenza sul lavoro e dal problema della schiavitù – spiega Lenzi – ma ha un sottotesto pesante, veicola tutto un altro messaggio: andate a lavorare e non rompete le scatole, perché il padrone ha una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio”. Il cielo in una stanza”, scritta da Gino Paoli e interpretata da Mina, si richiama invece “al canto liturgico, gregoriano, al requiem, è il sacro più assoluto ma siamo nel profano. Non segue nessuna regola classica della canzone, non è fatta dall’alternanza strofa/ritornello, non è – per dirla in tedesco – Durchkomponiert. Eppure ha un impatto emotivo duraturo, la forza straordinaria della musica”.

La canzone è politica

La canzone ha regole inconsapevolmente note a tutti”, prosegue, “è così viva e cambia a seconda dell’interprete, segue l’evoluzione artistica del personaggio stesso. Come dice il diritto canonico, il matrimonio non è valido se non è consumato: la voce è il momento erotico della canzone, un elemento non neutro che dona alla canzone una significanza determinante. Perciò interpreti diversi ci regalano versioni diverse, colgono aspetti diversi di uno stesso brano”. Lenzi cita l’esempio di “Una giornata al mare” di Paolo Conte, la differenza tra “il primo e il secondo Conte”: “È come se 10 anni dopo avesse capito il suo stesso brano, la voce teatrale ne mette in luce nuovi aspetti”.

Simone Lenzi alla presentazione del suo libro al Pisa Book Festival

Simone Lenzi alla presentazione del suo libro al Pisa Book Festival

Cosa spinge a scrivere canzoni? È un processo imitativo, si scrive perché si è letto”. E perché, come sostiene nel libro, tutte le canzoni sarebbero politiche, anche quelle che non si impegnano?La canzone è una forma d’arte viva” – risponde Simone Lenzi: “Abbiamo un’idea romantica dell’artista, il mito dell’originalità, ma la canzone non è mai originale, nel comporla si stanno già maneggiando stilemi e cliché antecedenti, che sono parte di un sapere condiviso, un genere, l’ambito tonale, gli strumenti, la pasta timbrica. Queste scelte hanno a che fare con una sapienza condivisa. La canzone è un’arte popolare, si riferisce sempre e per forza a una collettività, a una base comunitaria. Perciò è sempre politica, e perciò sempre orecchiabile”.

Sanremo, nessun rimpianto

Per carattere, Simone Lenzi non crede alle dietrologie. E il gesto disperato di Luigi Tenco cinquant’anni fa al Festival di Sanremo è secondo lui un motivo bastevole per quegli anni: “Andare a Sanremo un tempo significava parlare alla nazione, ovvero a tutti. Era un’artista romantico, non aveva capito l’industria musicale, dove non hai a che fare col popolo, ma con un pubblico”. Lenzi non ha mai preso parte in prima persona al Festival, ma non ha rimpianti: “Anni di piombo, pubblicata nell’album “Venga il regno”, è stata scritta nel rispetto di tutte le regole sanremesi, il ritornello che arriva a un certo punto, si alza di un tono… ma i Virginiana Miller sono troppo vecchi per stare tra le nuove proposte e troppo indie per stare tra i big della competizione canora”. D’altronde, sempre per carattere, “non mi sono mai riconosciuto nel salire su un palco e cantare di fronte agli altri. Mi sarebbe piaciuto, però, scrivere di più per altri – Lenzi ha all’attivo un brano sanremese scritto per Antonella Ruggiero e la collaborazione coi BaustelleLa canzone, come il cinema, è un lavoro collettivo, si presta alla condivisione. Chi suona in un gruppo sa che deve darsi una regolata se no finisce a coltellate”.

Lontano dai social

Da tempo, nonostante avesse raggiunto il famigerato tetto dei 5mila amici, Simone Lenzi si è tolto da Facebook. “Mettiamola così: non sono di sinistra-sinistra, ma quel poco di marxismo che mi è rimasto mi suggerisce un concetto, quello del plusvalore: lavoriamo 10 ore al giorno gratis per quest’uomo, Mark Zuckerberg, genio del male con una casa da 26 milioni di dollari. Produciamo un piccolo indotto, e quella cosa si chiama lavoro”. “Di chi è la committenza, chi ci ha chiesto di intervenire gratuitamente sui vaccini o la Corea?”, domanda Lenzi. I social sono “un luogo per mitomani”, dove si muove del risentimento. “Comunque, prima c’è stato un dibattito sull’utilità dei social: il mondo è bello perché è vario”. Lontano dal rumore di fondo dei social, Lenzi torna alla “sua” Fauglia, cui deve tutto quello che resta dopo le canzoni: “Un profondo silenzio”.

Valentino Liberto per RadioEco

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