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Capovilla legge Pasolini sotto il Castello di Lari

1017728_10153038754225313_326998547_nNon poteva che essere azzeccata la scelta di collocare un reading della Religione del mio tempo di Pasolini subito dopo che la pièce della Compagnia Berardi-Casolari portava sulla scena la cecità, la crisi valoriale – prima ancora che economica – dell’Italia odierna, e la “lungimiranza” del cieco Tiresia (qui l’articolo di Francesca Gabbriellini).

A dare voce ai versi potenti di Pasolini c’è la voce roca di Pierpaolo Capovilla, frontman del Teatro degli Orrori, già da un po’ di tempo apprezzato lettore/declamatore di Majakovskij. Non stupisce la sua presenza nel cartellone del Collinarea, perché la registrazione del terzo album di Capovilla e soci (Il mondo nuovo) è avvenuta proprio in uno studio nei dintorni di Lari.

Il reading, accompagnato al pianoforte e basi elettroniche da Kole Laca, è stato suddiviso in tre parti. L’apertura è affidata alla Ballata delle madri: «Mi domando che madri avete avuto. Se ora vi vedessero al lavoro in un mondo a loro sconosciuto, presi in un giro mai compiuto d’esperienze così diverse dalle loro, che sguardo avrebbero negli occhi?»; poi arriva il poemetto in sei capitoli La religione del mio tempo, che si sviluppa in una climax di versi gridati, soprattutto nei passaggi in cui Pasolini lancia i suoi moniti: «Guai a chi con gioia vitale / vuole servire una legge ch’è dolore! / Guai a chi con vitale dolore /si dona a una causa che nulla vuole / se non difendere la poca fede ancora / rimasta a dar rassegnazione al mondo!» Ad ogni “guai” Capovilla fa tremare casse e astanti, con buona pace dei puristi del reading che avrebbero preferito una performance meno violenta.

Per ascoltare un Capovilla più sereno e addolcito occorrerà arrivare alla terza parte, in cui scandisce i versi: «E di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai / La purezza, l’unico giudizio che ci avanza, / Ed è tremendo, e dolce : ché non c’è mai / Disperazione senza un po’ di speranza». Versi con cui si conclude l’opera e insieme anche il reading.

Subito dopo la performance siamo andati a chiacchierare con Capovilla, per chiedergli un po’ le ragioni di questa scelta, ma anche per approfondire le contraddizioni del Nord-Est, terra che accomuna “i due PierPaoli”.

Per quanto Capovilla con gli “Orrori” sia riuscito a polarizzare simpatie o antipatie per la sua “opera”, nelle vesti di lettore di Pasolini sicuramente gli troviamo grande dignità e poche pose da rockstar. Riportare la poesia nella sua dimensione originale, la fruizione orale, che sia una piazza o un club, è una missione di civiltà.

E giustamente Capovilla, per parlare al suo tempo, sceglie Pasolini. Il poeta friulano in quest’opera esprime la rabbia nei confronti di una società italiana in pieno progresso economico, che ha dimenticato i valori della resistenza; esprime una critica lucidissima all’ipocrisia religiosa che fa della pietas un formale codice di norme, e trasuda dolore di fronte all’imbarbarimento civile.

Noi non siamo più nel boom economico, ma sicuramente siamo più barbari di prima. E allora ben venga Pasolini e ben vengano le urla di Capovilla che grida “Guai!”. E se poi la metrica è stata sacrificata per esigenze sceniche di sicuro non ci strapperemo le vesti, non io almeno.

Giuseppe F. Pagano

>>> Qui tutte le foto dello spettacolo.

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