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Caso Stamina: dubbi scientifici e bufale in agguato.

caso_stamina__un_punto_sui_rischi__1678È di questi giorni la polemica sul Caso Stamina, un controverso trattamento medico recentemente riconosciuto dallo Stato, a dispetto del parere contrario della comunità scientifica.

Il 21 marzo il ministro della sanità Balduzzi ha autorizzato con decreto che 32 pazienti terminali  potessero proseguire il trattamento con il “metodo Stamina”, anche se le cellule staminali utilizzate non rispettano gli standard  previsti dalla legge.

Tutto comincia con un servizio de “Le Iene” che mostra un trattamento, apparentemente efficacie, negato a decine di bambini affetti da malattie come la sclerosi multipla. Inizia una serie di interventi mediatici affinché la situazione si sblocchi. Contemporaneamente, alcuni tribunali a cui le famiglie dei malati si sono rivolte acconsentono alle cure. La legge prevede infatti la possibilità di effettuare trattamenti (detti “cure compassionevoli”) non ancora ufficialmente approvati, ma promettenti, in casi “senza speranza”; questi, però, devono comunque rispettare una serie di norme di sicurezza, volte ad evitare una sperimentazione selvaggia ai danni della salute e della dignità del paziente.

E qui scoppia la polemica. L’obiezione fatta dai medici è chiara: nessuno, nello sconcerto emotivo per la tragica vicenda, si è chiesto se il metodo abbia una qualche efficacia. Ci si è insomma fidati soltanto dell’ideatore della cura e delle impressioni dei genitori dei pazienti.
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Il trattamento in questione viene fornito dalla “Stamina Foundation”, fondata e presieduta dall’inventore del procedimento, il prof. Davide Vannoni. Si tratta di un professore di Psicologia Della Comunicazione (stando alla procura di Torino, laureato in Lettere) all’Università di Udine. Egli è inoltre socio di Cognition, un istituto di ricerca e formazione che condivide la sede con la Stem Cell Foundation, con sede a San Marino. Come ammette anche Vannoni, la scelta di San Marino non è casuale: il suo laboratorio, prima in Italia, non rispettava gli standard di sicurezza previsti e pertanto viene trasferito dove le leggi sono più permissive. Anche perché il suo lavoro attira l’attenzione della magistratura.

Il Sostituto Procuratore di Torino apre un’inchiesta che nell’agosto del 2012 porta al rinvio a giudizio di 12 persone, tra cui lo stesso Vannoni. I reati ipotizzati sono somministrazione di farmaci pericolosi per la salute pubblica, truffa e associazione a delinquere. Il pm ipotizza che i parenti dei malati abbiano versato alla Stamina Foundation somme di denaro comprese fra i 30 e i 50 mila euro sotto forma di “donazioni spontanee” per coprire operazioni altrimenti illecite. Già, perché il metodo ha un costo notevole. Il trattamento prevede un prelievo di cellule staminali dal midollo del paziente, la successiva riproduzione delle cellule in laboratorio ed infine somministrazione attraverso una serie di punture lombari. Il prezzo? Dai 20 ai 30 mila euro, più 7 mila per ogni puntura. Nelle carte dell’indagine spunta anche un video fasullo, con un ballerino russo paralizzato che sarebbe tornato a danzare dopo il trattamento. Il filmato veniva propinato ai pazienti-clienti, cui era imposto il silenzio per via dell’illegalità della procedura.

Ad ogni modo, la Fondazione continua la sua attività e nel 2010 vengono trattati numerosi casi terminali. Intanto le indagini proseguono e vengono sequestrati campioni cellulari. L’attività si blocca, ma Vannoni e il suo nuovo socio Marino Andolina ottengono dagli Spedali Civili di Brescia di proseguire le cure su bambini con patologie neurovegetative. Proprio qui si scatena la polemica giornalistico-giudiziaria già menzionata. Nel frattempo la pubblicità dovuta al caso ha fruttato, dice Vannoni, migliaia di nuovi pazienti.

NeuronL’idea alla base del trattamento e già studiata da molti ricercatori in tutto il mondo: utilizzare le cellule “staminali” per sostituire i tessuti danneggiati. Si tratta, cioè, di cellule ad uno stadio primitivo che devono ancora evolversi in uno dei vari tipi di cellula specifica che si trovano nell’organismo:  si potrebbe, ed in parte già si fa, guidare il loro sviluppo e far assumere loro la funzione desiderata (neuroni in questo caso).

Tuttavia, obiettano gli esperti, nel “metodo Stamina”, ci sono gravi carenze scientifiche: nessuna pubblicazione o ricerca ufficiale, è stata mai prodotta. In pratica, non esiste alcuna prova che attesti l’efficacia del trattamento. Vannoni replica che solo per ragioni economiche non ha ancora pubblicato i dettagli: ha depositato una domanda di brevetto, per quanto piuttosto vaga.

Ad ogni modo, nell’unico caso documentato di “terapia stamina” (eseguita a Trieste con il “cocktail cellulare” di Vannoni) l’esito è stato misero: si legge nella relativa pubblicazione che “il trattamento non ha modificato il decorso della malattia”.

Le perplessità sono numerose anche dal punto di vista teorico: le cellule staminali mesenchimali (quelle del metodo Stamina) possono produrre tendini, tessuto fibroso, osso e cartilagine, ma non tessuti nervosi. Usarle quindi potrebbe ridurre l’infiammazione vicino alle lesioni, ma l’effetto sarebbe modesto.

A questo si aggiunga la perizia sul materiale sequestrato: in esso sono state trovate poche staminali e molte componenti “estranee”, come inquinanti ambientali e cellule ematiche deputate a combattere le infezioni, che possono però aggredire i tessuti del ricevente riconoscendoli come estranei. Altri rischi sono poi quelli dovuti alla mancanza di test sulla presenza di virus o cellule potenzialmente tumorali, che sono invece standard nei laboratori a norma di legge.

Queste le motivazioni dell’appello, inascoltato, fatto al ministero. Non si tratta di oscuri interessi economici, ma del disagio per il riconoscimento ufficiale di una terapia che, con i dati disponibili, non è diversa della proposta di uno stregone. Proprio là dove i casi clinici sono così delicati infatti, sono indispensabili  parametri di sicurezza improntati al rigore, e non all’emotività. Il rischio, in questo modo, è di alimentare false speranze e delegittimare la ricerca vera, quella che tratta con trasparenza i propri risultati.

Basterebbe che fosse possibile sottoporre a verifica il “metodo” per far tacere le polemiche, ma finora i suoi promotori si sono rifiutati, e questo ha rafforzato l’idea che possa trattarsi di una “bufala” ai danni dello Stato e soprattutto dei malati.

 

Alberto Ciarrocchi per The Scientist

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