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Chambers: Speciale interviste Demography

chambers

l’8 maggio noi siamo impegnati, perchè al Cinema Lumiere suoneranno per iOFF i Chambers insieme ai City of Ship, qui trovate l’evento, l’ingresso è gratuito. Ci siamo fermati a questo secondo voi? Direi proprio di no, abbiamo intervistato i Chambers per voi e ne è uscito qualcosa che vale la pena leggere ed ascoltare, perchè in fondo all’intervista troverete anche la Playlist creata dagli artisti appositamente per voi! Il tema? Make some noise!

1. Nella guerra dei trent’anni che ci hanno insegnato a scuola si iniziava con uno scontro religioso tra cattolici e protestanti, per poi diventare una lotta politica per l’egemonia tra la Francia e gli Asburgo. Che tipo di guerra è invece la vostra?

Andrea: la nostra guerra è l’insieme di tante guerre, o se vuoi non è nessuna di quelle. Di sicuro è una lotta senza armi, e fatta di testa. Non è un inno generazionale per gente ormai adulta, ma è la voglia di dare un senso nuovo e una nuova direzione a qualcosa del passato: la storia, o meglio, la nostra storia. Come gruppo, e come individui. E’ un vortice in cui ti ritrovi dentro, e a volte non sai neppure perché ti vien così naturale lottare per rimanerci dentro, come se alla fine ti cullasse un po’. E poi come avremmo fatto a scrivere un disco da persone serie dall’inizio alla fine?

2. la composizione dei testi come avviene? È difficile adattarli al vostro sound?

Andrea: a volte si parte da un concept, a volte ci si arriva. Mi piace pensare ai testi, e a come essi vengon cantati, come qualcosa che abbia un filo comune. La difficoltà sta spesso nel trovare spazio fra il rumore, lasciare che la voce non si soffochi da sola. E’ confortante seguire il colore della parte strumentale, seguirne il cammino, oppure andargli contro. Tu ridi – io rido. Tu piangi – io rido. E via. L’italiano ha degli accenti bastardi, ma anni fa i Prozac+ hanno fatto un paio di dischi per insegnarci tutto quello che non andava fatto. Acidò-acidà-uououo.

3. Nel testo “Perdiamo” parlate della scomparsa di tutti i vostri eroi, chi erano? Cosa rappresentavano, e soprattutto perché pensate siano scomparsi?

Andrea: non sono scomparsi, essi vivono in altre cose. Il tempo è l’unica cosa che sei sicuro che passerà, molto più puntuale di un treno, di una perturbazione, di un disegno di legge. Da piccoli viviamo di immagini di supereroi che ci provano con i seni rifatti di Barbie, per poi crescere anni dopo con le imprese di un calciatore sudamericano o di una fenomenale ballerina drogata russa di 3 anni, con il disco di una cantante dance di colore, con i giochi da montare e da smontare. E dopo un po’ di anni hai accumulato talmente tanti ricordi che dimentichi la faccia di qualcuno, il profilo di qualche albero, le istruzioni per montare la riproduzione in scala della tua auto preferita che sai già non ti potrai mai comprare. Le cose importanti cambiano, le priorità mutano, ma resta la ricerca di quella sensazione che ti scaldava un po’, che ti mette quelle virgole di sorriso leggero fra le guance e il niente. E oggi, anche se ci riconosciamo sempre meno nelle foto di qualche anno fa, siamo sempre qui. 

4. Le tematiche di questo nuovo album sono decisamente nostalgiche, sia nel testo di “Perdiamo” che in quello di “A largo” parlate di immagini e foto per, citandovi, ricordarvi chi eravate, quanto siete cambiati in questi anni e cosa vi ha fatto cambiare?

Andrea: i Power(s) ci dicevano che “c’e’ qualcosa dentro che non va – nostalgia canaglia”. A noi basta guardarci: passano i mesi, passano le cose che abbiamo intorno, e passano i capelli, ma più che di nostalgia parliamo di consapevolezza. Si cambia con tutto quello che succede ogni giorno, ogni ora. E di come ti vai a vivere le ore successive. Siamo cambiati tanto…ma poi  hai visto, anche Al Bano e Romina son tornati insieme. Magari domani ci svegliamo tutti con i capelli lunghissimi…

5. Come mai in un ambito hardcore/posthardcore/emocore puntate alla scelta dell’italiano quando soprattutto in quel frangente si punta all’inglese? 

Andrea: tanti motivi. Uno: in inglese lo abbiamo già fatto. Due: suoniamo, live, quasi esclusivamente in Italia. Tre: quanto è bello provare ad esprimersi in italiano, oddio sì lo adoro. Quattro: perché va così, senza troppe domande, d’istinto. Credo che oggi sia importante provare a tagliare un po’ quel cordone che ci lega indissolubilmente a certe sonorità, a certe attitudini e a certi canoni figli di una musica che sì, senza dubbio, nasce parlando inglese. Ma è il 2015, nessuno inventa più niente, e per quanto sia possibile è sempre bello mescolare un po’ tutti gli ingredienti e vedere che succede.

6. Definite nel comunicato stampa “la guerra dei trent’anni” come un album che “parla di luoghi (..) come mèta di un viaggio”, luoghi in quale chiave? Metaforica?  

Andrea: non solo. Un luogo ha una identità, ha un qualcosa di magico, e se vuoi di intangibile; ma un luogo esiste anche insieme ad uno spazio fisico. Prendi una piazza, una strada, un parco: niente nasce per caso, ma per un fine. E lo spazio diventa un contenitore di pensieri, di persone, di contenuti. Vorrei che ci riprendessimo i luoghi e abbandonassimo i non-luoghi, quelli uguali dappertutto, pieni di gente ma vuoti come poche cose al mondo. E per far questo dovremmo cominciare a ricordarci che ci sono luoghi che non possono esistere senza un proprio carattere. “Per strada” credo sia il brano che più si avvicina a questo tema: ci lamentiamo perché tutti si ritrovano in strada, in piazza, etc…per vivere la strada, la piazza, etc. E’ come se ci lamentassimo perché il cielo è blu e perché ci son le nuvole. Se vogliamo la morte nei punti vitali di un contesto urbanizzato, cosa ci resta?

7. To Lose La Track è tra le etichette più attive e prolifiche del panorama “indie” (qualsiasi cosa voglia dire) italiano: che rapporto avete con quest’interessante realtà? 

Andrea: immaginati di invitare un amico per un caffè per decidere come organizzare il grande menù del cenone per la fine dell’anno. Chi cucina? Cosa si mangia? Quanti tavoli? Da che ora-a che ora? Più o meno con Luca (IL Boss) va sempre così per ogni disco che facciamo insieme. La cosa che più ci piace è la libertà che abbiamo nello scrivere canzoni prima e nel proporre il materiale a TLLT (e alle altre etichette con le quali collaboriamo) poi. Non ci sono strategie o logiche particolarmente restrittive, non ci sono artifici o strani percorsi commerciali; è tutto molto naturale, sia nel rapporto con l’etichetta che nei dettagli e nella pianificazione, quando si tratta di stringere i tempi e puntare a chiudere. Il percorso è assai complesso, soprattutto quando suoni senza un fine commerciale, ma questo è un caso in cui tutto diventa più semplice. E poi spariamo i botti, tutti insieme. 

8. Come vi state preparando per il MiAmi? 

Andrea: stiamo bevendo molta birra, e mangiando cibi grassi ad alto contenuto di colesterolo. Ci teniamo a far bella figura.

La Redazione di Demography

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