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[Storytelling] Chiedete, e vi sarà danno – Capitolo 1

Chiedete, e vi sarà danno

 

Chiedete, e vi sarà danno cap. 1

intro) Tuffo Sincronizzato

Questo racconto inizia dalla fine.
Forse può sembrare paradossale iniziare dalla fine. Eppure se ci pensi non esiste altro modo per raccontare una storia.
Diffida da chi pretende di raccontarti gli eventi mentre stanno accadendo.
Vuole solo puntare sull’emozione, coinvolgerti. Se ragioni però capisci che se te li racconta non può viverli.
Sta cercando d’imbrogliarti.
E non vedo come ci si potrebbe fidare di chi inizia un rapporto con una menzogna.

Ogni volta che qualcuno prova a convincermi che ciò che mi sta raccontando è ciò che sta succedendo, provo un enorme senso di disagio.
Secondo solo a quello che mi attanaglia quando sento qualcuno che parla di sè in terza persona.

Comunque.
Dicevamo: un racconto che inizia dalla fine.
Anche se inizio e fine sono concetti abbastanza relativi.
Chiudi gli occhi e prova ad immaginare la scena che sta per presentarsi.

Scusa.
Hai ragione.
Se chiudi gli occhi non puoi leggere la descrizione.
E in ogni caso io non posso raccontare mentre faccio.

Allora facciamo un piccolo patto.
Ora ti racconto ciò che farò nell’immediato futuro e tu lo leggi.
Poi chiudi gli occhi e provi ad immaginare.
Se la tua capacità immaginifica avrà la stessa velocità della realtà, si produrrà un magnifico effetto di sincronia.
Sostanzialmente starai vedendo nella tua mente ciò che sta accadendo.
Questo sì che è materialismo.

Facciamo finta che questo sia un bel film.
La cinepresa sorvola una di quelle scogliere bianche, altissima e bellissima. Di quelle frastagliate, e coperte da quell’erbetta verde che se ci cammini sopra scalzo ti inumidisce le dita e le piante dei piedi.
Il piano sequenza continua il suo viaggio finché un puntino in lontananza non attira il suo sguardo.
E di conseguenza anche il tuo.
Il paesaggio è mozzafiato, ma la telecamera è ossessionata da quel puntino. È incredibile.
Più la macchina da presa si avvicina, più nitidi sono i dettagli che ti si presentano.
Eh si, quel puntino è una persona. Non ci sono dubbi.
Il cielo è di un rosa che nemmeno il più romantico dei poeti avrebbe azzardato inventare, il mare di un azzurro vivo si scaglia contro le rocce e crea una sinfonia capace di sedare la più irrequieta delle anime.
Ma tu riesci a concentrarti solo su quella figura.
Ti chiedi “Sarà magari una bella donna?”
Ti chiedi “Sarà magari andata lassù per godere di quella vista?”
Ti chiedi “Sarebbe magari contenta della mia compagnia?”

Ti do un consiglio: stai attento alle domande.

L’inquadratura avanza inesorabilmente verso il suo obiettivo.
E tu sei convinto che se sottolinea un dettaglio allora questo, e solo questo, è degno della tua preziosissima attenzione.
Solo che quella speravi essere una bella donna, si rivela essere un vecchio.
Purtroppo con le persone è sempre così.
Più ti avvicini più ti accorgi che sono peggio di come le avevi idealizzate.

Ti chiedi “Sarà forse vittima di qualche rimorso?”
Ti chiedi “Sarà forse triste per qualche amore perso?”
Perché, ammettilo, le tue congetture hanno come unico fondamento l’aspetto fisico.

Ma il vecchio ti stupisce.
Si spoglia.
Si mette sulla punta più alta della roccia più alta.
A precipizio sul mare.
E comincia a ballare.
Sgraziato come solo un vecchio può essere. La pelle che fa delle pieghe.
Le palle calanti e raggrinzite.
E senza smettere di ballare si tuffa.

Merda.
Ho cominciato a parlare di me in terza persona.

Comunque.
Come ti ho detto non sta succedendo ora.
Se no non potrei raccontarlo.
È ciò che accadrà fra poco. E dopo, per ovvi motivi, non potrò più raccontare.
Quindi la mia infrazione alle regole si può anche giustificare.

Ora però tocca a te tener fede al patto.
Chiudi gli occhi e immagina.
Se la tua capacità immaginifica avrà la stessa velocità della realtà si produrrà un magnifico effetto di sincronia e quando li aprirai io sarò già volato giù.
Ti saluto.

 

Hai barato.
Hai ancora gli occhi aperti.
Ti capisco tutto sommato.
La curiosità dev’essere molto forte.
Ti chiedi “Perché balla?”
Ti chiedi “Perché nudo?”
Ti chiedi “Perché si vuole buttare?”.

Di nuovo: fai molta attenzione alle domande.

Comunque.
Se vuoi posso raccontarti la mia storia.
Però parliamoci chiaro, non ti aspettare di trovarci delle risposte.
Anzi.

Va bene, allora comincio a raccontare.
Te l’avevo detto che inizio e fine sono concetti abbastanza relativi.

2) Affondo

Vediamo se riesco a indovinare le tue più grandi paure, quelle che ti paralizzano quando ti sdrai sul letto la notte. Quando provi, invano, a prendere sonno tentando di sgomberare la mente.
Ti chiedi “E se non trovo un lavoro soddisfacente?”
Ti chiedi “E se non trovo l’amore?”
Ti chiedi “E se non trovo una casa dove invecchiare?”
Tutte cose comuni, da uomo comune.
Ti hanno convinto così tanto che sono cose che spettano a tutti che usi il termine «trovare».
Come se il mondo fosse predisposto a questo unico scopo e tutto quello che tu debba fare sia di cercare e raccogliere ciò che è stato seminato per te.

Io sono stato esentato da questo onere.
Da piccolo, mentre i miei coetanei si chiedevano come venissero al mondo i bambini, nasceva in me una domanda.
La Domanda. Quella che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
In un modo o nell’altro.
Da ragazzo, mentre i miei coetanei si chiedevano come atteggiarsi per riuscire nell’intento di fare quella cosa che faceva venire al mondo i bambini, cresceva in me una domanda.
La Domanda. Che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
In un modo o nell’altro.
Da uomo, mentre i miei coetanei si chiedevano come sfamare i bambini che avevano messo al mondo, maturava in me una domanda.
La Domanda. Quella che mi avrebbe accompagnato per tutta la vita.
In un modo o nell’altro.
Io crescevo e lei cresceva con me.

Quando la domanda avrà avuto più o meno quarant’anni andavamo a lavoro assieme.
Aveva esaurito la sua esplosività puberale e si limitava ad esistere. Tipico di chi a quell’età non ha trovato la propria risposta.
C’era, ma non faceva nulla per farsi notare.
In quanto a me passavo le mie giornate in ufficio. O forse sarebbe meglio dire che il mio corpo passava le giornate in ufficio.
In questa disposizione: il gomito sulla scrivania bianca, mento appoggiato sul palmo della mano, bocca semi dischiusa, occhi persi nelle mura bianche dell’ufficio.
Così giorno dopo giorno, dopo giorno, dopo giorno.
Erano anni che non mi accadeva nulla.
Del resto è così stare al mondo: una noia spezzata solo dalla ricerca di quei brevi momenti topici che ci permettono sul letto di morte di raccontarci, da bravi ipocriti quali siamo, che tutto sommato abbiamo avuto una bella vita.

Finché una notte qualcuno non entrò nel mio appartamento.
Mi trovò sveglio. Io non dormivo mai.
Io ero sdraiato sul letto, paralizzato. Provavo, invano, a prendere sonno tentando di sgombrare la mente.
Lo sentì forzare la porta, compiere i suoi passi cercando la mia stanza.
Ma non me ne feci un problema.
Quando hai in testa la Domanda, non hai spazio per altro.

Quella notte un uomo mi puntava un trapano alla tempia.
Il suo sguardo era vuoto. Le venature rosse e le borse sotto gli occhi mi facevano intuire che non dormiva da molto.
Evidentemente aveva una domanda che nel buio della notte non aveva la minima intenzione di sgomberare dalla sua mente.
Mentre la sua mano spingeva il trapano verso i miei pensieri, ebbi la sensazione di averlo già incontrato prima.
“Mi hai riconosciuto”.
“Mi ricorda una persona che ho conosciuto” precisai.
“Quindi sai già cosa voglio”
“La risposta. Ma io non ce l’ho” confessai.
Fece un segno col mento. Indicava il trapano. “Sei tu la risposta” sibilò.

Quella stessa notte, mentre io ero ancora sdraiato sotto le coperte, un uomo mi puntava un trapano alla testa.
La sua faccia era parallela alla mia, e terribilmente vicina. Ne sentivo l’odore del fiato nelle narici.
A volte quando parlava alcuni schizzi di saliva mi arrivavano sul viso.
Ma non provavo nulla.
Solo la Domanda nella mia testa.
“Sai la mia famiglia ha una tradizione di premature scomparse quantomeno peculiare.
Forse è anche per questo che sono stato più sensibile alla Domanda.
Mio padre soffocato dai debiti optò per impiccarsi.
Ciò che non ti fa vivere e ciò che ti uccide” credo che dopo queste parole si aspettasse un certo coinvolgimento da parte mia.
Credo che si preparasse questo discorso da lungo tempo. E invece niente.
Quindi riprese “Ma io ho deciso d’interrompere la tradizione stanotte.
Da quando mi hai contagiato con la Domanda mi ci sono perso. E ho perso tutto.
Ma non prenderla come una vendetta.
Anzi.
Avremo entrambi la Risposta”

Con una calma che dovette destabilizzarlo gli dissi “Per me può tranquillamente uccidermi. Ma le dico per esperienza che non le darà la Risposta”
La sua mano che premeva insistemente il trapano contro il mio cranio ebbe un tremolìo. Pensavo avrebbe sbottato.
“Ti prego, dammi del tu” mi disse invece, con tono conciliante.
“In fondo io e te siamo uguali. Siamo uguali perché siamo diversi da tutti quegli stupidi che si arrendono solo perché credono che una risposta troppo difficile da trovare sia inutile da cercare.
Ti guardano e pensano che tu stia gettando la tua vita.
Tu li guardi e pensi che stiano gettando la verità, perché così fanno tutti.
Ed è peggio farsi togliere qualcosa da qualcun altro. Non esiste il reato per furto auto inflitto.
Non esiste più neanche il reato di suicidio.
Prendi mia madre ad esempio. Una vita di rigore religioso, piena di rinunce.
Ma si sentì inquinata dal male che le fecero gli altri. Così chiuse il garage con la macchina accesa.
Ciò che non ti fa vivere è ciò che ti uccide.
Ma io ho deciso d’interrompere la tradizione stanotte”

Quella notte che poteva essere l’ultima per me scoprii che non mi interessava perdere la vita.
Ogni volta che finiva un monologo, quell’uomo che doveva essere stato una persona, spingeva un po’ di più il trapano verso le mie sinapsi.
“Fallo!” gli gridai “Ho scoperto che non mi interessa perdere la vita”.
Ero terribilmente sincero.
Ma lui aveva evidentemente molta voglia di finire il discorso che si era preparato “La sensazione peggiore è sentire qualcuno parlare della Domanda senza la minima cognizione di causa.
Tu ti ci perdi e lui crede di poter dire tutto ciò che pensa.
È come se ti entrasse dentro con violenza.
È come se ti sporcasse nel profondo.
È stupro.
Come è successo a mio sorella.
Ma non in senso metaforico. Oh no.
E così lei ha deciso di lavarsi via l’affronto nella vasca col suo stesso sangue.
Ma io, beh lo sai…”

Quella notte che avrebbe cambiato la mia vita, o almeno una parte, un uomo mi sputava addosso un albero genealogico costellato di suicidi.
Ma io non riuscivo minimamente ad interessarmi a quella ridicola epopea familiare.
Fin da quando mi era stato puntato contro il trapano volevo solo che andasse fino in fondo. Non lo capii forse subito.
Ma quando lo capii mi resi conto che era ciò che realmente desideravo.
Era giunto il momento di avere la mia Risposta.
Mi resi conto di disprezzarmi per non aver mai avuto il coraggio di spingermi fino a quell’atto estremo, ma ora era tempo di redenzione.
Strinsi la mia mano attorno alla sua e spinsi il trapano al punto da farmi sanguinare.
“Fallo” gli gridai.
E chiusi gli occhi, in attesa.

Quando li riaprì il volto sopra il mio era attraversato da un ghigno.
Che si trasformò in una sonora risata.
“Ciò che non ti fa vivere è ciò che ti uccide” disse e si piantò il trapano fin dentro il cervello.
Quell’uomo una volta era stato una persona, e quella persona una volta era stata mio professore all’università.
Ora non era più niente.

Mi misi seduto sul letto e cominciai a chiedermi “Che devo fare? Devo chiamare la polizia, ma cosa gli racconto? È una storia troppo assurda? Perché cazzo è dovuto venire qui a combinare tutto questo casino?”
D’improvviso fermai il flusso di domande. Erano tante, troppe. Ma soprattutto mancava quella.
La cercai e quando la trovai non mi fece alcun effetto.
Quel bastardo andando oltre quanto mi fossi mai spinto, me l’aveva rubata.

 (Leggi il Capitolo 2 qui)

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