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Professione consulente del lavoro: Mario Taurino – #radioecogetajob

RadioEco si annoda la cravatta e prepara la sua 24 ore, dentro troverai alcune interviste a professionisti che ti spiegheranno il loro lavoro, il percorso di formativo che hanno svolto e quali passi hanno compiuto dopo la tanto attesa laurea! In questa puntata di #radioecogetajob parliamo della professione del consulente del lavoro.

La professione di consulente del lavoro raccontata da Mario Taurino, classe 1989, che ci parla della sua professione e del percorso svolto per raggiungerla.

consulente del lavoro

Inizierei parlando del tuo percorso formativo.

Ho sempre avuto una predilezione particolare per le materie umanistiche che può sembrare un paradosso avendo frequentato un liceo scientifico. Quando ho dovuto scegliere l’università mi sono subito orientato sul ramo umanistico ma senza avere un’idea minima di quale potesse essere la mia eventuale scelta lavorativa. Ho scelto per passione. Nonostante propendessi per giurisprudenza il percorso di studi di scienze politiche mi ha estremamente colpito per la sua multidisciplinarietà dandomi l’idea che avrebbe potuto esserci opportunità di crescita da un punto di vista conoscitivo enorme. Dal momento che non ero ancora sicuro sul futuro ho scelto scienze politiche con la consapevolezza delle difficoltà che un corso del genere si porta dietro a livello poi di ricerca del lavoro.

Come sei arrivato a fare il consulente del lavoro da scienze politiche?

Al momento della tesi la mia speranza era quella di continuare il percorso accademico.

Non avevo cominciato scienze politiche con l’idea di intraprendere la carriera di consulente del lavoro, ho preso consapevolezza che desse accesso alla professione durante il percorso di studi. L’ho sempre vista come un’attività statica e preferivo qualcosa di più dinamico come può essere il mondo della ricerca universitaria e l’insegnamento.

Dopo essermi informato ho capito la grande funzione sociale che può essere svolta da un consulente del lavoro: può essere un anello fondamentale del processo produttivo rendendo più facile all’impresa crescere, sia a livello di numeri che di risorse umane. Il mondo procede sull’essere anche società produttiva; una società produttiva che nasce proprio da quel tipo di rapporto tra chi fa impresa e chi permette di fare impresa con la sua forza lavoro.

È stata un’avventura in cui mi sono buttato con entusiasmo ma portandomi dentro la delusione dell’aver abbandonato la possibilità di stare dentro l’università.

Cosa fa di preciso un consulente del lavoro?

Il consulente del lavoro è una professione molto ampia: dalla mera gestione delle buste paga alla gestione della contrattualistica fino alle dichiarazioni dei redditi e i contenziosi sul lavoro. La formazione che hai avuto precedentemente gioca un ruolo fondamentale nell’ indirizzarti verso una delle tante funzioni che un consulente può svolgere. Mio padre, da ragioniere, è molto più affine alla contabilità e alla parte fiscale.

Scienze politiche è in grado di fornire una capacità critica che ti aiuta a capire a fondo che cosa stai facendo e con chi ti relazioni. È sempre necessario un approccio critico nei confronti delle varie situazioni che ti si presentano di fronte.

Al giorno d’oggi chi non ha coscienza critica, un approccio critico alla materia del diritto del lavoro e alla gestione dei rapporti di lavoro rimane indietro: è un non consulente del lavoro.

Il ruolo del welfare aziendale, il creare un ambiente di lavoro positivo dove il lavoratore può produrre di più, ha una natura prettamente sociale: non stiamo gestendo dei robot, ma un organo vivo che si fa e si basa sulla forza lavoro. Lavorando, quelle che sono percezioni comuni, penso al rapporto azienda lavoratore, vengono smentite dalla realtà: non sempre si cade nello scontro datore di lavoro e lavoratore.

Questo approccio me l’ha dato scienze politiche e oggi, se dovessi tornare indietro la risceglierei rispetto a giurisprudenza anche con la consapevolezza di voler fare il consulente del lavoro poi.

Quali sono i clienti con cui lavori di più?

Per me è determinante il tessuto territoriale. La situazione italiana si basa sulla PMI e il lavoro del consulente è molto legato al territorio in cui opera. Io, essendo di Carrara, opero con molte aziende del marmo ed edili, quest’ultimo un settore in crisi che io vivo in prima persona, ma lavoro anche con piccoli artigiani e metalmeccanici.

Le microimprese risultano più difficili nella gestione perché sono quelle che subiscono maggiormente il fattore economico. È in queste che è più facile trovare situazioni di illegalità. Se da una parte c’è chi se ne approfitta dall’altra ve ne sono diverse che non hanno alternative. Io, da professionista, cerco sempre di trovare una soluzione combattendo fenomeni alternativi, poiché ritengo sia un dovere fondamentale di ogni consulente del lavoro. Ci si ritrova a combattere il lavoro nero anche su un piano culturale: non è solo questione di sicurezza o di contenzioso tra datore e lavoratore; è anche una questione di rispetto della dignità umana che abbiamo il dovere di tutelare, non solo del rispetto delle leggi.

È un lavoro stressante?

Assolutamente. È tanto, ma è anche proporzionale alle soddisfazioni. Avendo a che fare con persone la testa non la stacchi quando finisci di lavorare. Ogni imprenditore con cui lavoro è diverso e richiede un approccio diverso; ci sono situazioni che possono portare a stress. Importantissimo è riuscire a relazionarsi al meglio con chiunque ci si trovi davanti, a prescindere dalla tipologia di problemi che si devono affrontare. Non hai un modello di comportamento standard a cui fare riferimento: ogni volta devi modellare la tua professionalità in base a chi ti trovi davanti.

Soddisfazioni che si possono raggiungere come consulente del lavoro?

Le soddisfazioni sono tante, in particolare vedere persone che si fidano di te.

Recentemente mi sono state confidate da un cliente le testuali parole: “Mi sento garantito, ora ci sono le condizioni per crescere come azienda” ed è in queste situazioni che ti accorgi dell’importanza e del peso che puoi, come consulente del lavoro, avere nel contribuire alla crescita del tuo territorio.

Le collaborazioni sono altra fonte di soddisfazione: avere relazioni professionali con altri consulenti ma anche avvocati è sintomo di rispetto e considerazione dal punto di vista professionale. Se un collega anche di un’altra città ti chiede un parere vuol dire che di te ha un’ottima considerazione.

Tengo un workshop all’università di Pisa e faccio corsi di buste paga e contributi. Ho ancora rapporti e ho perfino aiutati dei ragazzi che hanno partecipato a dei corsi in cui insegnavo.

Come consulente del lavoro qual’è il tuo rapporto con la PA?

Dipende molto dal territorio. Personalmente con l’Inail ho un’esperienza positiva mentre con l’Inps mi è più difficile comunicare. La telematizzazione ha portato più a problemi che risolverli e i tagli che negli anni si sono susseguiti hanno avuto ripercussioni sull’efficienza dell’ente che si trova a gestire una mole di pratiche enorme (pensioni ammortizzatori sociali etc.). Col centro per l’impiego non ci dobbiamo interfacciare molto se non in determinate situazioni. È palese che la funzione per cui sono stati pensati è stata snaturata dai vari governi ed è giusto che vengano riformati ma spero non solo in funzione del reddito di cittadinanza altrimenti faremo nuovamente un torto alla ratio dei centri per l’impiego. Un ragazzo che va al centro per l’impiego deve trovare una situazione che lo percepisca e lo aiuti in quanto risorsa. Un’eventuale riforma dovrebbe riguardare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, non esclusivamente l’erogazione di servizi di sostentamento al reddito, altrimenti si perde la funzione sociale del centro per l’impiego e non si danno risposte a tassi di disoccupazione che parlano da soli.

Rocco Felici per Radioeco

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