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Counterpart: la recensione

Nella Berlino Est del 1987 un esperimento scientifico genera un universo parallelo che da quel momento inizia a divergere dal nostro.  Solo i più alti livelli degli apparati burocratici ne sono a conoscenza, guardandosi l’un l’altro con reciproco sospetto in una sorta di guerra fredda tra i due mondi, nella quale Counterpart ci trasporta ai giorni nostri tra fantascienza e spionaggio.

"You don't want to wake the dragon, do you?"

“You don’t want to wake the dragon, do you?”

Howard Silk è un mite impiegato berlinese che non è mai riuscito a fare carriera nell’agenzia delle Nazioni Unite dove lavora, fin quando non viene convocato dal suo giovane capo (interpretato da Harry Lloyd, il Viserys Targaryen di Game of Thrones). Sarà proprio quest’ultimo, costretto dalle circostanze, a metterlo al corrente della vera finalità dell’agenzia e a fargli incontrare l’altro se stesso: un cinico agente di alto livello strategico che ha informazioni utili per salvare molte vite in questo mondo, ma che per farlo avrà bisogno della sua counterpart più mite e innocente.
Un grandioso J.K. Simmons (Whiplash, Oz) ritrae con maestria i due Howard agli antipodi, modulandone in modo differente la postura, lo sguardo e perfino i tic, immergendoli in uno scenario di difficoltà diplomatiche, reciproca diffidenza e indottrinamento, che li porterà a scoprire ognuno cosa è stato in 30 anni della vita dell’altro.

Il primo episodio è stato diretto da Morten Tyldum (The Imitation Game, Headhunters) e, mentre la serie viaggia verso il finale di stagione, la produzione del canale Starz ne ha già da tempo annunciato il rinnovo. Da segnalare anche la presenza della nostra Sara Serraiocco (La ragazza del mondo, Brutti e cattivi) in un ruolo di rilievo.
I colori cupi della fotografia lasciano volutamente sullo sfondo una Berlino scura e avvolta dal buio; una scelta ben congeniale, anche perché a differenza di altre serie che toccano temi simili – si pensi a Fringe – a  sottendere quest’opera non vi è alcun interesse a indugiare sulle peculiarità dei due mondi e sviluppatesi a livello tecnologico o estetico, ma solo motivazioni strettamente correlate ai personaggi. Man mano che la storia va avanti, lo spettatore è sempre più spinto a guardarsi dentro, a pensare a come l’odio e il rancore possano in breve tempo trasformarlo sia come individuo, che come membro di un popolo, tanto da fargli chiedere di cosa sarebbe veramente capace la persona che più conosce al meglio: se stesso.

Voto: 7 e 1/2

Federico Erittu per RadioEco

 

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