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Dalla strada al museo: le avventure pop-moderne di Banksy

Palazzo Cipolla, via del Corso. L’artista di Bristol approda a Roma. Stampe, oggetti, dipinti: il corpus artistico è variegato ed estremamente originale. Certo fa strano concepire la street art – di cui Banksy è considerato il massimo esponente a livello mondiale – sullo sfondo bianco delle pareti di un museo… Ma dopo un po’ che si passeggia per le sale, suddivise secondo i temi Guerra, Capitalismo e Libertà, si ha come l’impressione di essere fra i vicoli di una metropoli, tanto è il richiamo di quest’arte alla vita on the road.

Kids on guns

Un artista tanto apprezzato quanto controverso che sceglie l’anonimato per denunciare la società con le sue libertà illusorie e democrazie fittizie. La semplicità apparente delle opere nasconde un’abilità tecnica unica: basta vedere l’utilizzo dello stencil, ma anche il frequente ricorso a grandi installazioni, materiali differenti e scenografie animate. I messaggi sono interpretabili, ma con un’ironia pungente che stuzzica la riflessione dello spettatore, per strada come dentro a un museo. Un’arte per la gente e fra la gente, di tutti e per tutti che viene recepita e fotografata liberamente da qualsiasi passante e/o visitatore per strada come all’interno di Palazzo Cipolla.

Girl with balloonUna prima grande mostra dedicata a Banksy che riassume opere anche di collezioni private e raccoglie i suoi lavori fino ad oggi. I temi della guerra – un orizzonte che sembra nuovamente ripresentarsi anche all’occidente – sono denunciati come avviene per la mercificazione capitalistica di cose e persone e narrati allo stesso modo della presunzione di essere liberi, in un mondo, che come affermava il filosofo francese Rousseau, riduce l’uomo in catene. L’anticonformismo “banksiano” (se con uno slancio neologico vogliamo definire il suo atteggiamento e quindi la sua arte) è tagliente, ma si armonizza a un lieve sentimentalismo in quasi ogni composizione. Basti guardare l’asprezza di Kids on guns, la dolcezza di Girl with Balloon o l’ironia di No ball game.

 

Il rifiuto a conformarsi in epoca post-globale dell’artista è dunque palese e tangibile, ma sembra essere quasi un’illusione ottica. Un’arte di denuncia che nasce in strada e riscuote tanto successo fra i passanti da diventare popolare internazionalmente, corre il rischio o no di qualificarsi come una nuova pop-art? Implicitamente ci si chiede questo, soprattutto se si vedono tutte le opere riunite e non isolate come se si passeggiasse a Londra, ad esempio. La sua satira contro il sistema e l’industria culturale sembra quasi esser destinata alla riproducibilità (come diceva il buon Walter Benjamin) secondo i canoni imperversanti della globalizzazione. Per di più non mancano richiami intertestuali visivi se si pensa alla scena di Pulp fiction ai cui protagonisti Banksy sostituisce le pistole con due banane oppure all’opera Choose your weapon in cui l’arma in questione è un animale in pieno stile Keith Haring.

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Tout court: Banksy ci propone azioni di rottura invitandoci a sviluppare una criticità nei confronti del contemporaneo e sapendo ben congiungere l’ironia e la satira alla complessità del presente. In Love is in the air un guerriero che tira un mazzo di fiori riesce a stupire perché, in fondo, i sentimenti e le emozioni sono armi tacite che sopprimiamo e che se coltivate possono migliorare la società: se regalassimo fiori invece di sparare la situazione sarebbe sicuramente diversa.

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Quelle che Bansky ci propone sono quindi avventure che stanno subendo, nonostante Mr. Anonimato non voglia, una deformazione pop ricordandoci molto la serialità di Warhol. Egli afferma “Non ci sono eccezioni alla regola secondo cui tutti pensano di essere un’eccezione alla regola”, di sicuro lui lo è. In qualche intervista aveva affermato che avrebbe visitato la mostra in incognita. Che aspettate quindi? Avete tempo fino al 4 settembre per un bagno di sole nella capitale e forse chissà scoprire il volto di Banksy.

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Alessio Foderi per RadioEco

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