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Dario Cresto Dina al PBF16: “Lo sport è politica”

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Sport e politica si uniscono nell’intervista che il giornalista Dario Cresto Dina ci ha rilasciato sul suo ultimo libro “Sei chiudi storti” che narra le vicende della Nazionale di tennis che conquistò la Coppa Davis del 1976 in casa del Cile di Augusto Pinochet.

Durante l’edizione 2016 del Pisa Book Festival sport e politica si intrecciando profondamente nel libro del giornalista Dario Cresto Dina “Sei chiudi storti”, edito da 66thand2nd, che narra la storia della Nazionale di tennis capitanata da Nicola Pietrangeli e composta da Corrado Barazzutti, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli che nel 1976 vinse la Coppa Davis in terra cilena al tempo della dittatura di Augusto Pinochet.

Dario Cresto Dina attualmente è vicedirettore de La Repubblica, giornale in cui lavora dal 2000. Prima ha lavorato per vent’anni a La Stampa.

Dario Cresto Dina, che cosa ha rappresentato il trionfo in Coppa Davis del 1976 a livello sportivo e politico?

A livello politico forse ha dato una mano a riportare attenzione sulla tragedia del Cile e sul regime militare di Pinochet.  All’inizio non si voleva andare poi furono gli stessi esuli cileni a chiedere di giocare quella finale per impedire che la dittatura di Pinochet fosse ricordata come vincitrice di una Coppa Davis. A livello sportivo è la prima ed unica Coppa Davis italiana ed il coronamento di una storia di quattro giocatori (Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli) che hanno rappresentato il momento più felice del tennis italiano.

Durante la sfida di doppio vennero indossate anche delle magliette rosse, secondo lei il Governo cileno non ha voluto vedere o non si è accorto di quella che poteva essere letta come una provocazione?

E’ stata una piccola denuncia ed un piccolo atto di coraggio. Sicuramente il Governo cileno non ha voluto vedere ed ha pensato che il pubblico ed i giornali presenti alla finale, sopratutto quelli non cileni, non se ne sarebbero accorti. Probabilmente ha avuto ragione. Nella concitazione della partita il messaggio politico non fu colto. Bisogna anche dire che Panatta e Bertolucci, dopo tre set, andarono negli spogliatoio e tornarono in campo con delle magliette blu e quindi il messaggio fu, più che altro, un atto di coraggio personale più che una denuncia al mondo.

La Federazione Italiana come gestì quella situazione delicata?

La gestì rimpallandola col Governo. In sintesi la Federazione disse: “Noi non decidiamo. Decida il Governo”. Il Governo italiano in un primo tempo sembrava propenso a dare un verdetto suo, poi riportò la decisione sulle spalle della Federazione. A quel punto sotto la spinta di Pietrangeli e dei giocatori la Federazione disse: “Andiamo”. Fece una scelta sportiva ribadendo la sua estraneità dalla politica mentre in realtà lo sport è politica come qualsiasi nostro atto pubblico.

Per concludere, secondo Dario Cresto Dina quale era il segreto di quella Nazionale e come mai attualmente a livello maschile fatichiamo così tanto ad imporci?

Il segreto di quella Nazionale sta nel fatto che per un miracolo del destino si trovarono assieme quattro giocatori di grande talento e complementari l’uno con l’altro. La classe di Panatta, il talento nel doppio di Bertolucci, l’ostinazione di Barazzutti e la capacità di giocare sulle superfici veloci e sull’erba di Zugarelli. Messi assieme erano una squadra quasi imbattibile per quei tempi. Forse non c’era al mondo una squadra così completa. Oggi l’Italia è in una condizione difficile perché i tempi sono cambiati, conta molto come i giocatori vengono preparati e in Italia non c’è una scuola chiara come ad esempio c’è in Francia dove si punta sulla tecnica o in Spagna dove si lavora sul fisico. E’ la grande carenza dell’Italia. Poi forse non c’è un talento naturale come poteva essere Panatta o come è stato Pietrangeli.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

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