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Dario Fo, ode breve al giullare che non fu mai “di corte”

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Artista sconfinato e giullaresco. Ultimo interprete di una Milano da clonazione. Per l’Accademia di Stoccolma dileggiava “il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Dove troveremo un altro come Dario Fo?

Quando se ne va una figura sconfinata come Dario Fo diventa sempre difficile riuscire a trovare una definizione adeguata per descriverne la statura civile ed artistica. Ci sentiamo subito presi dalla voglia di trovare il termine più speciale ed esotico per evidenziarne la dimensione. Ma forse il termine più completo ed efficace è anche il più semplice. Dario Fo era un Artista ad alto contenuto di genialità.

Sommo drammaturgo dalla classe sconfinata è stato fonte di ispirazione per intere generazioni di attori teatrali e non solo, cresciuti con la sua irridente dimestichezza recitativa da vero indiziato del palcoscenico. Rappresentante di una Milano che, tra un Giorgio Gaber ed un Enzo Jannacci, era vero centro pulsante della vita artistica italiana degli anni ’70. Un’arte che non era mai solo arte. Ma era anche fatta di quell’attivismo politico che Dario Fo ha praticato per tutta la vita assieme, per gran parte, alla musa di ogni sua creazione, Franca Rame morta nel 2013, emblematico centro della vita di Dario. Un attivismo politico manifestato a partire dalla controversa adesione alla R.S.I per “salvare la pelle”, come la definì lui in una intervista (e per questo definito da Oriana Fallaci “fascista rosso”), alla sinistra, suo autentico habitat naturale, fino al sostegno alla causa del Movimento Cinque Stelle.

Un anticonvenzionale ed anticlericale, e per questo profondamente fastidioso per chi si trovava scornato dalla sua satira raffinata. Troppo libero e geniale per una Rai che lo bandì per 15 anni dopo alcuni brevi pezzi durante Canzonissima nel 1962. Il giullare che non divenne mai “di corte” e che si fece beffe del potere arrivando al Premio Nobel per la Letteratura nel 1997 perché, come motivò l’Accademia di Stoccolma, in questo modo distribuiva “dignità agli oppressi”. Un riconoscimento che non mancò di suscitare scalpore. Un ruolo, quello del giullare, che è stato l’essenza stessa dell’attività di Dario Fo e che caratterizzò il suo capolavoro della vita, Mistero Buffo con il suo mitico grammelotSenza dimenticare l’altro grande lavoro dell’artista , “Morte accidentale di un anarchico”, commedia dedicata a Giuseppe Pinelli.

Artista visionario quanto umile, la morte di Dario Fo lascia un vuoto culturale e teatrale incalcolabile. Mentre ci piace immaginarlo nuovamente riunito con Franca Rame, con il quale ha costruito sessant’anni di storia d’amore viscerale ed illuminante, a noi non resta che porci una semplice quanto definitiva domanda. Dove troveremo un altro così? E la sensazione di sapere già la risposta ci fa sentire più fragili ed artisticamente soli che mai.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

 

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