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David Bowie, Philip Glass – Night Of The Living Bands#4

Il 10 gennaio 2016 se ne va uno dei musicisti che più hanno segnato il rock e il suo immaginario, David Bowie. La sua eredità è talmente vasta che include i più disparati ambiti, primo fra tutti, naturalmente, la musica, e anche quella classica.

David BowieIl 2016 sarà sicuramente ricordato come l’anno in cui Bowie ci ha lasciati, ponendo come ultimo testamento “Blackstar“, dimostrazione di una vita vissuta essenzialmente per l’arte, letteralmente sino alla fine. Per un’artista della sua caratura, pescare un disco anziché un altro per poi etichettarlo come il più significativo può essere un gioco divertente adatto per i fan più incalliti, ma alla fine lascia un po’ il tempo che trova. Ogni opera di David Bowie è un tassello all’interno di un puzzle molto ampio e variegato, eppure coerente con lo sviluppo artistico del musicista inglese che ha saputo sempre giocare con la sua figura, sul filo del rasoio fra finzione e identità. Ogni disco una maschera, ogni canzone una cellula di un corpo androgino perennemente in mutazione. La figura del Duca Bianco (anzi, del Sottile Duca Bianco, del “Thin White Duke”), nonostante sia stato il personaggio più famoso con cui Bowie è stato identificato, nacque solo nel 1976 con l’album Station To Station dopo altre incarnazioni messe in scena dal musicista, ma non fu affatto l’ultimo, come testimonia ad esempio quello di Nathan Adler per “Outside” a metà anni ’90. La nascita del Duca Bianco coincise con uno dei periodi più fecondi e musicalmente interessanti di David Bowie, culminato nella cosiddetta trilogia berlinese di Low e Heroes del ’77, e Lodger di due anni dopo, grazie al coinvolgimento di Brian Eno che fu più di un semplice “braccio destro” ma un vero e proprio collaboratore e co-autore che seppe dare quel particolare imprinting minimale ed “est europeo” che Bowie cercava. Furono dischi fondamentali per il loro apporto nel mondo del pop, iconici sin dalle copertine e influenti per svariati filoni, dal rock più sperimentale, alla new wave, al post-punk, sino ad arrivare ad ambienti lontani dai soliti ai quali la media degli ascoltatori di David Bowie erano abituati, come quelli della musica classica.
Non a caso fu un compositore di estrazione classica come Philip Glass, da sempre moltoDavid Bowie interessato anche ad altri linguaggi musicali, a voler omaggiare il lavoro di Bowie e di Eno con due sue opere intitolate Symphony No. 1 “Low” (conosciuta anche come “Low” Symphony, del 1993) e Symphony No. 4 “Heroes” (o “Heroes” Symphony, del 1997). Com’è facile intuire, le due sinfonie prendono le mosse dai due capitoli della trilogia berlinese, ma non sono una pedissequa riproposizione in chiave orchestrale dei pezzi degli album; Glass va oltre, e riconoscendo l’importanza che i due dischi ricoprono nella cultura musicale contemporanea (“The continuing influence of these works has secured their stature as part of the new “classics” of our time“, secondo le sue parole), usa alcuni pezzi dei due dischi bowniani come punti di partenza per sviluppare le sue idee. Le canzoni di Bowie e di Eno, nella visione di Glass, diventano il materiale primario su cui costruire nuova musica: ciò che ne esce fuori è una commistione molto interessante dei tre musicisti, talmente ben amalgamata che spesso non si riesce a capire dove inizino gli uni e finisca l’altro. Da “Low” ed “Heroes” Glass usa principalmente brani strumentali o al massimo pezzi con suoni dilatati dove il cantato non svolge una funzione primaria. I titoli originari delle canzoni vengono tutti mantenuti: la “Low” Symphony è divisa in tre movimenti, Subterraneans, Some Are (inizialmente scartata dalle sessioni originali e poi inclusa come bonus track nella riedizione di “Low” del ’91) e Warszawa, mentre la “Heroes” Symphony è composta da sei piccole composizioni che prendono spunto da Heroes, Abdulmajid (bonus track della riedizione dell’album del ’91), Sense Of Doubt, Sons Of The Silent Age, Neukoln e V2 Schneider.

David Bowie

I due lavori di Glass dimostrano quanto l’eredità di Bowie travalichi i generi, andando a sposarsi con visioni musicali simili seppur distanti. E sei anni più tardi, Aphex Twin, con il remix di “Heroes, riserverà alla voce di Bowie e allo stesso Philip Glass lo stesso trattamento che quest’ultimo riservò nel ’97 al musicista inglese. Il Duca Bianco aveva innestato un processo forse inarrestabile di dialogo fra geni.

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