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Deftones – Deftones – Night Of The Living Bands#6

Il sesto appuntamento con i rispecaggi fa una puntatina in California, a Sacramento, dove dalla fine degli anni ’80 esiste una delle band più importanti al mondo: i Deftones.

E non ha certamente bisogno di presentazioni. Se ne ha bisogno è perché di anno in anno e generazione dopo generazione è riuscito a raccogliere un bacino di fan molto ampio e in continua crescita. E questo essenzialmente per un motivo, e si chiama “evoluzione”. Il problema che affligge i Deftones, e che li accompagna cronicamente dagli anni ’90, è quello di essere definito come gruppo “nu-metal”. Una definizione questa che poteva andar bene al massimo per il primo album del ’95, “Adrenaline”, dove le influenze di questo nascente sotto genere del metal erano evidenti. Il discorso però incomincia a cambiare già dal secondo disco, “Around The Fur”, di due anni più tardi: si iniziano a sondare altre sonorità più aperte e leggermente ma significativamente più strutturate, sulle quali la voce (QUELLA voce) di Chino Moreno ora urlava come un forsennato dando sfogo ad una rabbia incontrollabile (definitiva la sua prova nella title-track ad esempio), ora invece passava a toni più leggeri e delicati, quasi sussurrati come nel capolavoro “Be Quiet and Drive (Far Away)“. Da quel disco, uno dei più seminali del decennio, i Deftones hanno imparato a camminare davvero con le loro gambe, mostrando tutto il loro potenziale emotivo e la capacità di saper mantenere alti stile e classe; se ci si guarda attorno di quei gruppi, sia quelli fotocopia ma anche fra gli iniziatori, non è rimasto granché.
Il boom del successo arrivò quasi inaspettatamente ad inizio del nuovo millennio su di un cavallo bianco proveniente dal profondo di una nebbia grigia: “White Pony” è il disco della consacrazione, il termine medio che è riuscito a mettere tutti d’accordo, dal pubblico infoiato alla critica, i metallari open minded e alternativi vari, grandi e piccini, nonne, zie e pony bianchi. Senza nulla togliere a quest’opera, che contiene alcuni dei pezzi più belli del gruppo come “Digital Bath“, “Change (In The House Of Flies)“, “Pink Maggit” e “Passenger” (con ospite alla voce Maynard James Keenan dei Tool), il disco nel tempo si è attirato addosso meriti spesso non fondati, rischiando di mettere in ombra tutto ciò che i Deftones avevano fatto prima e soprattutto ciò che è venuto dopo.

Deftones

E ciò che è venuto dopo, precisamente nel 2003, è stato un vero e proprio giro di boa che ha impresso un nuovo corso al quintetto americano: l’album omonimo “Deftones” cambia le carte in gioco portando ad un nuovo livello sia il piano emotivo e creativo del gruppo che quello sonoro e tecnico. Viene abbandonato il DNA “nu-metal”, del quale si possono sentire solo dei lontani echi nelle dissonanze della sei crode di Stephen Carpenter, che predilige  maggiormente invece un suono molto più corposo e potente, dilatato e avvolgente nelle sue basse frequenze. La sezione ritmica di Abe Cunningham e Chi Cheng (morto nel 2013 dopo un lungo periodo di coma) probabilmente non è mai stata così importante e determinante come in questo disco sin dai tempi di “Around The Fur”, creando un supporto massiccio all’assalto sonoro dei pezzi. Il singolo “Minerva” mostrava già tutte queste caratteristiche: naturalmente il pubblico rimase sconcertato e spiazzato da tali “novità” che a dirla tutta alla fin fine tali non erano, ma solo un approfondimento e un ampliamento delle principali caratteristiche dei dischi precedenti. Uno dei punti di forza della musica dei Deftones, la voce, qui diviene strumento ancora più personale, lanciandosi meno in urla e sforzandosi invece di trovare accenti quasi sensuali, se non proprio sofferti e a volte lamentosi.
Da un certo punto di vista è un miracolo che sia uscito fuori un disco del genere visto il periodo buio che all’epoca stava attraversando il gruppo, fra litigi sia intestini che con l’etichetta, la Maverick. Evidentemente il gruppo non si è lasciato soverchiare dalle numerose difficoltà ed è riuscito a trovare uno sbocco creativo alle proprie tensioni; tensioni che si riflettono anche nella musica, dalla violenza di “When Girls Telephone Boys” e “Hexagram“, alle influenze electro-pop di “Lucky You“, il piano di “Anniversary Of An Uninteresting Event” e un bellissimo pezzo che potrebbe essere benissimo una ballata in chiave elettrica come “Moana“.
“White Pony” era solo la summa dei Deftones del primo periodo, ma quelli del 2000 iniziano da questo disco: a dispetto di come “Deftones” veniva dipinto all’epoca, ovvero come piatto, noioso o vuoto, le undici canzoni ci mostrano una band più matura e perfettamente cosciente di come muoversi fra delicatezza e pesantezza, da questo momento in poi di dosare i contrasti. Perché alla fin fine i Deftones non sono un gruppo che fa “musica pesante”: pesante è al massimo il peso di quella parte più fragilità delle nostre emozioni che ogni volta ci viene rivelato quando i nostri attaccano una piccola perla dal sapore notturno come questa:

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