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Delitto finanziario e castigo referendario

La notte di Halloween non è bastata a cacciar via gli spettri di tracollo che si aggirano nell’Eurozona. Stamani il sole è sorto con una novità che è risultata assai indigesta al direttorio franco-tedesco, ovvero che il governo greco ricorra ad un referendum per chiedere alla popolazione se accettare gli aiuti dell’UE. Il referendum, da collocare nel 2012, ha un senso chiaro: il premier Papandreu non ci sta a sopportare con le proprie spalle la scelta di imporre gravi misure di austerity per contenere il debito pubblico, e perciò decide di condividere la barra delle decisioni con i diretti interessati, cioè i cittadini greci. Non è difficile per gli analisti capire che il popolo greco non è propenso a ricevere gli aiuti della BCE, e piuttosto preferiranno andare dritti verso il default e la conseguente uscita dall’Euro.

Questo gesto, totalmente inatteso, da parte di Papandreu, ha irritato non poco la regia doppia Sarkozy-Merkel, ma soprattutto i mercati e i creditori. La Grecia fa saltare il banco, in una mossa disperata, ma in ultima istanza quella più giusta. Certo, rimangono forti perplessità sul fatto che solo ora Papandreu abbia deciso d’interpellare i cittadini greci, dopo le misure lacrime-e-sangue già varate. Questa decisione, che si abbatterà persino sulla stessa Italia (e soprattutto sulla Francia), sembra offrire un’ipotesi che nessuno sinora aveva di fatto avanzato: non pagare i debiti, così come ha fatto l’Islanda sempre attraverso un referendum.

Quando si parla di debito pubblico va ricordato che sia quello greco, che soprattutto quello italiano, sono entrati già da diverso tempo nei mercati finanziari. Ciò significa che i debiti sovrani sono sottoposti a speculazioni che nulla hanno a che vedere con l’economia reale, ma che – disgraziatamente – hanno effetti depressivi sull’economia concreta, sui prestiti, sui consumi e sulla produzione. Le azioni, le materie prime e i titoli di stato non sono tanto diverse dalle corse dei cavalli, e l’economia reale serve da base su cui scommettere. La posta della scommessa prevede anche mettere in ginocchio un’economia nazionale, puntare sul default. Interi Paesi dipendano dal pollice dritto o verso di qualche banca d’investimento o di un’agenzia di rating.

A questo va sommato che le banche italiane, trovandosi al momento in mancanza di capitali solidi di riserva, non possono prestare fondi alle imprese, quindi decidono di non investire in titoli di Stato o di liberarsene dai loro portafogli. Quest’eccesso di offerta di titoli sovrani si riflette nell’abbassamento del loro prezzo, e nell’innalzamento del rendimento, per ricompensare il rischio. Un circolo vizioso che potrebbe arrivare presto a punti di non ritorno, ovvero quando i titoli decennali superino un rendimento del 7%. Un circolo vizioso che non può essere fermato da nessuna “lettera” spedita dal Governo italiano all’UE.

In una situazione così convulsa a poco vale l’utilizzo di misure che “rassicurino i mercati”, perché alla luce delle forti speculazioni che si sono abbattute sulla Grecia e sull’Italia, l’espressione “rassicurare i mercati” equivale a offrire i risparmi, gli stipendi, gli ammortizzatori sociali dei cittadini come nuovi limoni da spremere. “Cui prodest?” Alle 10 società che governano i mercati finanziari. Ma una volta pagato parte del debito, con misure depressive per il mercato reale, l’unico risultato che si ottiene è l’aumento stesso del debito. L’unico modo per invertire questo strozzinaggio è rifiutarsi di pagare il debito e riprendersi la sovranità che si è ceduta all’asse Parigi-Berlino.

Non aiutano in questa situazione i proclami di Napolitano a mantenere gli impegni con l’UE, non aiutano nemmeno gli appelli del Terzo Polo e del centro-sinistra a governi di larghe intese che andrebbero nella direzione di manomettere il welfare e la legislazione sul lavoro. Paradossalmente la presenza al Governo di Berlusconi è classificabile come la nota “meno-peggio” dell’intero De profundis. Questo perché l’interesse personale di Berlusconi e degli alleati leghisti non coincide con gli interessi della speculazione finanziaria, inoltre la sua attenzione per i livelli di fiducia attraverso i sondaggi gli impediscono di prendere quei provvedimenti impopolari che un direttorio di salute pubblica, composto da Casini, Bersani e berlusconiani delusi prenderebbe senza batter ciglio.

Berlusconi sta opponendo, da buon populista, qualche flebile resistenza nel cedere porzioni di governance, anche se per scopi non proprio “umanitari”. Poco c’entra, dunque, la permanenza del Cavaliere a Palazzo Chigi con la debacle in Borsa di oggi, anche se gli editoriali de “La Repubblica” si ostinano a trovare in Berlusconi l’origine d’ogni male, perché i mercati finanziari hanno puntato l’Italia per via di una sua debolezza strutturale, una debolezza che neanche un governo d’emergenza potrebbe risolvere su due piedi. Senza dubbio, però, il mancato passo indietro di Berlusconi contribuisce alla vulnerabilità dell’economia nazionale di fronte alle ondate speculative. Una via d’uscita potrebbe essere, analogamente per il caso greco, un colpo di reni che permetta alla vittima di sottrarsi allo strozzino, insomma “devono essere i mercati a rassicurare i cittadini”, e non viceversa.

In questo gioco delle parti invertite però non esistono più spalle istituzionali autorevoli, lo stesso Napolitano vuole andare verso le decisioni prese da Bruxelles scomodando addirittura l’articolo 11, a proposito delle limitazioni di sovranità, dimenticando però che in quell’articolo si parla chiaramente di garantire la giustizia tra i popoli, non dunque di garantire dividendi a società finanziarie. Pertanto, ancor prima di richiamarsi all’articolo 11, gioverebbe pensare al bene comune dei cittadini e avere riguardo per la ripresa dell’economia reale, rispedendo le mele avvelenate di Bruxelles indietro se necessario, come potrebbe fare la Grecia.

 

Giuseppe F. Pagano

 

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