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Dello guidare Cadillac nei propri sogni

Bitches ain’t shit and they ain’t sayin’ nothing, / A hundred motherfuckers can’t tell me nothing, / I beez in the trap, bee beez in the trap. (Nicki Minaj, Beez in the Trap)

Negli ultimi dieci giorni il video di Royals di Lorde è stato condiviso sulla mia timeline di Facebook e Twitter da intenditori di musica “raffinata”, da estimatori delle solite band inglesi e da metallari duri e puri, tutti uniti nell’amore per la cenerentola neozelandese. Nello stesso tempo, in un’intervista con il Guardian, Maya Jane Coles è stata l’ultima ad unirsi alla nutrita schiera di artisti che ha dichiarato il suo amore per lei, annunciata come salvatrice del pop contemporaneo.

È lecito quindi domandarsi se salvazione non faccia rima con reazione, dal momento che niente è più reazionario della musica di Lorde, che in ogni intervista, con la spocchia dell’adolescente che crede di aver capito tutto del mondo e invece non ha capito un cazzo, coglie occasione per comunicarci tutta la sua insofferenza per l’attuale scena pop e il suo messaggio, troppo “opulento” per lei, piccola fiammiferaia, cresciuta in una terra dimenticata in mezzo all’oceano. Peccato che quando faccia nomi, si riferisca sempre e solo a cantanti di pelle scura, come Nicki Minaj o Drake, di recente addirittura definiti “irrilevanti”, appartenenti alla scena hip-hop/r&b, il cui immaginario di macchinoni, catene e denti d’oro, che Lorde si premura di criticare, ha conosciuto, tra l’altro, il suo apice più di qualche anno fa; o cantanti di pelle chiara comunque influenzati da essa, come Lana Del Rey, con la quale la neozelandese ha più di qualche sospetta somiglianza. Mai il nome di Katy Perry o Lady Gaga, per esempio, sebbene queste, mi pare, di opulenza sappiano almeno qualcosa.

Lorde non si risparmia comunque di saccheggiare a piene mani la musica in cui la cultura che critica si esprime, come dimostrano i suoi anemici beat hip-hop, emblematicamente prodotti da un altro neozelandese bianco e borghese come lei, Joel Little. Niente di più colonialista dunque: persona bianca si appropria di una cultura che non le è propria, la “sbianca”, privandola del suo contenuto, senza sforzarsi assolutamente di comprenderlo ma anzi esplicitamente criticandolo, e la propina a una schiera di gente come lei pronta ad idolatrarla. La cosa è estremamente pericolosa e ingiusta perché non soltanto getta o mantiene ai margini la cultura degli “altri”, ma palesemente la discredita. L’operazione è molto più subdola del più infame dei crimini di Miley Cyrus, contro la quale sono tutti pronti a scagliare la prima e pure l’ultima pietra. Quest’ultima almeno, qualunque siano le sue ragioni e per quanto maldestri siano i risultati, cerca comunque di inserirsi a pieno titolo nella scena hip-hop, collaborando e frequentando i suoi artisti e produttori cardine.

Se poi l’opulenza del pop contemporaneo è sentita anche come incongrua in un periodo di recessione mondiale, basta ricordare che Simon Reynolds, da qualche parte, aveva puntualizzato come il messaggio fatto di eccessi di tutta la musica YOLO (vedi Ke$ha) è proprio frutto di un momento difficile in cui i giovani, disperando del proprio futuro, preferiscono vivere fino in fondo il presente; da qui i continui inviti a vivere come se si dovesse morire giovani, come se questo fosse l’ultimo giorno etc.

In definitiva, se voi guidate Cadillac nei vostri sogni, noi vogliamo svegliarci in una Bugatti nuova fiammante.

Luca Amicone

Redazione musicale

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