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Demography #20

La ventesima uscita di Demography #20 svolgerà un percorso preciso, una sorta di ragionamento figurato che porterà ad una scelta finale. Essendo musicalmente a cavallo fra l’anno passato e l’anno nuovo ci troviamo di fronte ad uno specchio, abbiamo da un lato il riflesso del 2014 rappresentato nel caso specifico da Mattia Frenna in arte Morning Tea con il suo LP Nobody Gets a Reprieve, uscito a fine settembre; dall’altro abbiamo il 2015 che in carne ed ossa ha le fattezze delle Sleater-Kinney sull’onda del grande ritorno. Come finirà?

10506772_352185754938698_2850976934101397696_oIn un bagno di sangue per Morning Tea. Non è leale affiancarlo ad uno dei gruppi mostri sacri di metà anni ’90 ed inizio 2000, ma dobbiamo essere crudeli col nostro passato recente, analizzarne le forme e schiettamente accettare che non è stato l’anno delle meraviglie in musica, specialmente per l’Italia.

Morning Tea si presenta dunque con un prodotto che ha solo la polvere dell’anno vecchio, piacevole ad un primo ascolto ma che nonostante la malinconica tristezza trasportata da sonorità oniriche e quasi nostalgiche non riesce a lasciare quel graffio profondo, rimane esclusivamente in superficie, rischiando quindi di cadere nel banale. Nonostante brani efficaci come “Peckinpah”, l’album resta in disparte e subisce il sound di un anno che ha offerto solo pochi sporadici attimi di pura invettiva.

unnamed (1)Mi manca il punk. Non è corretto scrivere in questi termini del 2015, lo so, ma con l’inizio del nuovo anno ho tirato le somme: no, questo non è l’idillio della musica contemporanea. In percentuale potremmo piangere in posizione fetale nell’angolo più remoto della nostra stanza guidati dalla disperazione che solo l’apatia può creare, eppure oggi è un giorno speciale, uno di quelli che brilla sul calendario. Dopo dieci anni di pausa torna a sorpresa uno dei gruppi più ingiustamente sottovalutati della storia contemporanea, sto prevedibilmente parlando delle Sleater-Kinney

Una decade di silenzio assordante ha finalmente riportato in auge le tre regine dell’alternative punk rock statunitense proprio nel momento in cui si cominciava a dubitare del futuro. In un medioevo musicale caratterizzato dalla parola “noia” loro riemergono con No Cities to Love e lanciano A New Wave, brano dalla potenza in grado di rallentare il respiro, come un pugno fra le costole, fa spalancare gli occhi e lascia immobili con lo sguardo perso nel vuoto. Di che cosa abbiamo bisogno ora? Di essere svegliati da una bomba, ed un brano come questo fa fremere all’idea dell’album, spalanca le aspettative e trasmette un brivido d’eccitazione alle dita smaniose. Sì, il punk mi manca, ma ora il futuro sembra più roseo.

Chiara Manera

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