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Demography #30: Vulnicura di Björk

bjork-vul-coverVulnicura, il nono album di Björk, trova la sua premessa nella fine del rapporto tra la cantante e l’artista Matthew Barney e nella conseguente rottura dei legami familiari, che coinvolge anche la loro figlia. In poco meno di un’ora assistiamo così allo svolgersi di questa vicenda personale, quasi in forma diaristica, tanto che nel libretto del disco, per le prime sei delle nove canzoni totali, è segnato il momento esatto in cui ciascuna di esse si pone rispetto alla separazione definitiva. Queste sei tracce sono poi perfettamente divise in canzoni ante- e post-eventum.

Il percorso si apre in maniera emblematica con “Stonemilker” e si conclude con “Quicksand”, le uniche canzoni prodotte dalla sola Björk, senza l’aiuto, come per il resto dell’album, di Arca e The Haxan Cloak; l’itinerario si presenta come un passaggio dall’abisso infernale in cui la cantante viene precipitata dal senso di distruzione e annientamento seguito al distacco dal compagno alla riconquista ad una condizione paradisiaca, dopo essersi purificata attraverso il fuoco del dolore.

Le varie tappe del vaggio sono scandite da momenti rivelatori, epifanie in cui tutto diviene chiaro, come sembra avvertire proprio l’iniziale “Stonemilker”, forse la più bella di queste canzoni che comunque vanno ascoltate insieme proprio perché momenti di un unico percorso, che rende allo stesso tempo esplicita la sua forma di quasi diario intimo («Moments of clarity are so rare, / I better document this»). Non a caso si comincia, alle prime avvisaglie del deteriorarsi del rapporto, con un imperioso comando, rivolto all’amato, di sincerità emotiva («Show me emotional respect»). Chiarezza e verità sono appunto quanto Björk chiede anche nella traccia successiva, “Lionsong”, proprio quando, rosa dal dubbio che il suo compagno possa lasciarla da un momento all’altro, si sente inondata da un fiume incontrollabile di sentimenti diversi e contrastanti.

La forza di queste piccole epifanie si rivela nell’intimistica “History of Touches”, fatta di soli synth e bassi, che si configura appunto come un «timelapse» in cui il presente, la ricerca di un ultimo disperato contatto fisico, è invaso dal passato, tutti i felici momenti intimi condivisi, e si apre al futuro, il senso che non ci saranno più di questi attimi, in una dimensione quasi atemporale in cui tutti i tempi sono compresenti («Every single archive / compressed into a second»).

Unofficial Music Video to Björks “Stonemilker” (directed by Neil Curtis) from Neil Curtis on Vimeo.

A questo momento di estrema chiarezza succede la caduta nell’abisso del dolore, a seguito della definitiva separazione, raccontata in “Black Lake” e “Family”, legate dal tema della famiglia, che si affaccia nella prima e diviene il centro della seconda. In “Black Lake” l’annullamento di sé nella sofferenza viene contrabbilanciato da una spinta alla ribellione, che nasce dal sentirsi puniti e traditi per aver amato troppo. Da qui origina la totale incomprensione dell’altro, come se i due antichi amanti non fossero mai stati davvero uniti («You fear my limitless emotions, / I am bored of your apocalyptic discussions»). In “Family” invece si contempla impotenti la dissoluzione del triangolo d’amore, definito «miracolous», che costituisce la base della famiglia.

Tuttavia, alla fine di entrambe le canzoni, si preannunciano la rappacificazione e la purificazione successive: in “Black Lake” fa capolino l’immagine del razzo che penetra l’atmosfera bruciando, così da liberarsi di uno strato dopo l’altro della materia che lo compone; in “Family” si avverte un senso di guarigione.

La purificazione avviene infine in “Notget”, l’ultima traccia strettamente connessa alla fine della storia con Barney, nella quale il superamento del dolore avviene solo dopo il riconoscimento della sua necessità per temprare lo spirito e guarirlo, così che il dolore diviene cura di sé stesso. In questo modo da una parte si ritrova la comprensione reciproca, che sembrava persa per sempre in “Black Lake” («Without love I feel the abyss, / understand your fear of death»), e dall’altra la famiglia che in “Family” sembrava oramai dissolta può ancora in qualche modo, e necessariamente in forma diversa, preservarsi.

Le ultime tre tracce, seppur nate per buona parte in un contesto diverso e precedente alla vicenda principale, vengono ricontestualizzate quasi a spiegazione di questa e come per aprirla ad una dimensione più ampia e meno personale. “Atom Dance” prosegue la catarsi cominciata in “Notget” allargandone i confini in una dimensione cosmica («I am fine-tuning my soul / to the universal wavelenght»). Anche la musica appare finalmente rappacificata, dopo le increspature e i forti contrasti delle tracce precedenti. La comparsa di Antony Hegarty, pur non apparendo necessaria, si rivela adeguata nel momento in cui la vicenda personale, divenuta universale, si presenta ormai come specchio in cui tutti possono riconoscersi («When you feel the flow as primal love, / enter the pain and dance with me»).

In “Mouth Mantra”, ispirata all’intervento subito da Björk alle corde vocali, il passaggio della voce dalla mutezza al dispiegameno di un canto nuovo ripercorre in una sola canzone l’intera vicenda emotiva raccontanta nell’intero album. La canzone si pone anche come un ringranziamento della cantante nei confronti delle sue abilità canore che le hanno permesso il canto di espiazione e purificazione.

Infine, “Quicksand”, dal ritmo incalzante, sovrappone alla vicenda di Björk-madre quella di Björk-figlia, e quasi quella di tutte le donne della storia, riconfermando al contempo la necessità del dolore («When I’m broken, I am whole; / when I’m whole, I’m broken»).

Con Vulnicura ritroviamo una Björk straordinariamente ispirata che riesce a sublimare il biografismo di un caso personale in una vicenda universale col fuoco della vera arte.

Luca Amicone

 

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