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Demography #38: Elli De Mon, Beatrice Antolini, Soley

Elli De Mon
Ritmi blues folk che non lasciano scorrere lentamente i minuti, Elisa De Munari in arte Elli De Mon ha dimostrato con un il suo ultimo disco uscito il 13 febbraio “II” un potenziale davvero notevole.
Ricordando una Patti Smith in piena sofferenza anni ’90 riesce ad accostare un sapore drammatico e macabro al tempo stesso, tonalità oscure e graffianti, non deboli e depressive, ma aggressivamente tristi.
L’artista in questione nell’album suona la chitarra, la batteria, il sitar e il dilruba, se sino alla quinta traccia Black ego II è avvolto da tinte profondamente blue grass, da Wild Blues in poi troviamo un’ infiltrazione etnico mistica che profuma l’album di esoterico.
Questa è una scelta fortunata, che mescola sonorità eclettiche in 34 minuti incalzanti sostenuti dalla voce della De Munari che arricchisce il registro stilistico con autenticità.
Un Consiglio? Requiem for j.

Elli De Mon
La Tempesta Dischi a novembre 2014 aveva presentato Beatitude l’ep di Beatrice Antolini che ha riscosso consensi fra critica e pubblico consacrandola come artista di spicco della scena indipendente italiana.
Torna ora con il video di Anyma L in collaborazione con Federico Poggipollini alla chitarra, il brano è un ottimo esempio di ricerca prospettica, la Antolini prova a mettersi a nudo, mirando ad un’ estetica improntata sulla ricerca di una serena gratificazione dell’anima.
E’ convincente, non tanto il video quanto il brano che spicca per una fusione di arrangiamenti che quasi dilatano il sound dal profumo nord europeo dell’artista.
Era già una scommessa vinta nel 2014 e lo è anche ora.

Elli De Mon
Soley la polistrumentista islandese del collettivo Seabear dal 2010 ha deciso di mettersi in proprio uscendo con l’album d’esordio “We sink” per tornare ora con “Ask the deep”.
Il suo primo singolo Ævintýr significa in islandese “avventura”, ascoltando questo brano invece si scende in forme più oscure e tetre di battaglia, un salto nel vuoto guidato dalla voce eterea ed algida dell’artista che fra sonorità dolcemente elettroniche ed etniche porta l’ascoltatore in una favola dalle tinte noir e profondamente intime.
Viene costruito un ponte fra chi ascolta e chi si mette a nudo, rimanendo sospesi a mezz’aria e travolti da serenità irrequieta, una calma fatta di inquietudine ed un brano quasi sussurrato a bassa voce che si apre ad un minuto e quaranta in un crescendo.
Soley abbandona la chiave intimistica e minimalista dell’album precedente per giocarsi tutto, e come il tormento colpisce più della felicità anche nel caso di “Ask the Deep” si trattiene il respiro sino all’ultimo secondo.

Chiara Manera

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