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Demography #42: I Giardini di Chernobyl, Maria Devigili, Luminal

10469064_1780697235487794_7235920180305517190_nCella Zero è l’album di debutto de I Giardini di Chernobyl, band anconetana fresca freschissima, formatasi nel Febbraio 2014, che ha lavorato con Giulio Favero (bassista del Teatro degli Orrori e produttore di questi ultimi, ma anche di Appino). Annunciato dal singolo “Un Infinito Inverno“, Cella Zero è uscito il 4 marzo per la Zeta Factory. La formazione ridotta non è una scusa per non compattare una quantità non indifferente di polvere pirica, chitarra e batteria come micce per le dieci tracce della buia cella prima dell’uno. “Noir” è una bella sintesi del pacco bomba di questi giardini verdi e radioattivi. Un po’ My Bloody Valentine, un po’ Rage Against the Machine nella progressione, liriche effettate in italiano. Non c’è rad-away che tenga.

10678482_459052827581011_2268335822020960927_nLa Trasformazione di Maria Devigili è una crisi si, ma alla greca, un cambiamento traumatico ma anche una decisione. La seconda opera della cantautrice trentina uscirà il 23 Marzo per la Riff Records. La formazione vede il duo Devigili-Orzes, quest’ultimo addetto alla batteria e alle percussioni, ricamare su un album asciutto e delicato ma non estraneo a una certa densità di concetti, uno su tutti quello della realizzazione umana di essere solo una piccola parte dell’universo. In un certo senso la trasformazione è tutta contenuta nella copertina, un po’ come nella logica dei frattali, desaturata in modo che solo alcuni particolari risaltino, dolce con l’occhio ma non con la testa. L’eleganza della voce sposa benissimo la cura dei dettagli musicali frutto di un evidente il labor limae.
Piccola chicca, “Non Chiederci la Parola” letta da Lolli.

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Acqua Azzurra Totò Riina è il contrastante titolo del quarto lavoro dei Luminal dopo quell’Amatoriale Italia che nel 2013 li ha visti trionfare come miglior band al MEI. Gli stessi Luminal che hanno rimesso le mani su “Elymania” creando qualcosa di molto diverso e al contempo stranamente affascinante. Esponenti del “punk sgradevole,” abbandonano completamente le chitarre per delle sonorità punk alimentate soltanto dal basso e dalla batteria, in un album che è un condensatore che mantiene la brutalità e il grasso del motore maturati dopo l’Italia amatoriale. Il titolo è sicuramente bipartito e bipolare, ma l’album è a senso unico, nel senso di un unico cazzotto alla bocca dello stomaco, e devi anche stare zitto che sennò ti becchi il resto. L’essenza del disco gocciola dal singolo “Onora il Padre e la Madre,” 30 secondi di sportellate.

Guglielmo Piacentini

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