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Demography speciale [Interviste]: Dust .

Dust
Eccoci tornati con Demography speciale interviste del martedì, in questa nuova uscita abbiamo fatto due chiacchiere con i Dust, gruppo indie rock di Milano che esce il 20 marzo con il primo Lp “On the go” per Sherpa Record, anticipato dal singolo “If I Die“.
Curiosi?

Il vostro primo Lp On the go è in uscita a marzo, quanto siete cambiati rispetto al vostro primo Ep Kind?

Pur non essendoci stato un cambiamento radicale, credo che il nostro sound abbia subito delle variazioni determinanti. Il wall of sound chitarristico di “Kind” è stato smussato di molto, enfatizzando certi toni più ombrosi che in precedenza rimanevano spesso tra le righe. I nuovi brani sono meno epici e più compassati e, probabilmente, richiedono più tempo per essere assimilati rispetto alle canzoni di “Kind”.

Preferite il lavoro meticoloso in studio di registrazione o l’esperienza live?

Forse è la dimensione live quella in cui ci sentiamo maggiormente a nostro agio. Ognuno di noi sei predilige un approccio ai brani più interpretativo che meramente esecutivo e, anche se la ricerca di un suono che possa tradurre in studio la nostra estetica ci stimola sempre di più, credo che il palco restituisca al meglio il lato “emotivo” della band.

L’approccio col pubblico durante un esibizione è importante per voi?

Il rapporto col pubblico per noi è fondamentale, anche se sul palco non siamo degli intrattenitori, quantomeno con le parole. Preferiamo stabilire un contatto col pubblico attraverso le interpretazioni dei nostri pezzi. Spesso il tiro di un brano, il modo in cui i musicisti si muovono o anche certe scelte improvvisate dettate dal momento, dicono molto sull’empatia fra la band e il pubblico. È con questi gesti spontanei che cerchiamo di conquistare chi ci ascolta, piuttosto che affidarci a qualche macchinoso espediente preimpostato.

Vi sentite ben inseriti musicalmente nel panorama indipendente italiano o pensate di avere un approccio più internazionale?

I Dust, un po’ per la lingua, un po’ per certe scelte stilistiche, sono nati con l’intento di avere un respiro internazionale. Uno dei nostri obiettivi principali dopo l’uscita di “On The Go” sarà confrontarci con un pubblico anglofono, ma, certamente, non trascuriamo l’importanza di creare un nostro seguito in Italia. Un punto fermo del nostro progetto è quello di adattare le nostre idee a strutture convenzionalmente pop; per questo, teniamo molto a rivolgere la nostra proposta anche a un pubblico incline a recepire prima di tutto l’immediatezza di una melodia, come quello italiano.

Cosa pensate della musica contemporanea nel nostro paese? È ancora di qualità?

Per quanto riguarda la musica italiana attualmente di successo, anche facendo riferimento a quanto sentito in questi giorni al festival di Sanremo, la pochezza compositiva ed espressiva è quantomeno drammatica. Il boom dei reality ormai ha reso la canzone una semplice palestra per dimostrare le proprie abilità canore, mentre le melodie e i testi mancano di estro e di profondità. La nostra scena indipendente, invece, è sempre in grande fermento e può essere un ottimo punto da cui ripartire. Certo, l’eccessiva quantità di band che nascono e si sciolgono ogni giorno spesso disorienta, ma chi ha voglia di scoprire viene ripagato da realtà molto interessanti, come gli Abiku da Grosseto o i Departure Ave. da Roma.
Dust
L’approccio all’ “indie” come genere musicale e non come strumento di distribuzione secondo voi può aver influito negativamente o positivamente a livello qualitativo?

Come per ogni moda, dipende dai casi. Il lato positivo è che ha portato a scoprire o riscoprire band sorrette non solo da ottime capacità tecniche ma anche e soprattutto da idee estetiche, quindi nei casi più interessanti ha riportato in auge quella necessità di un rapporto diretto tra musica e arte in senso lato che aveva reso grande la new wave di fine anni 70. Il lato negativo è invece la quantità esponenziale di pessime opere para-musicali da cameretta, che hanno il solo pregio di sapersi adattare alla moda del momento e che spesso vengono esaltate da una nuova Intellighenzia musicale improntata sull’assimilazione usa e getta via web.

L’elaborazione dei testi da dove comincia? Da un esperienza personale?

Direi che comincia sempre da un’esperienza personale e finisce sempre per evolversi in qualcos’altro. Per quanto mi riguarda, l’ispirazione non arriva soltanto da qualcosa che mi è accaduto direttamente, ma anche da una situazione che ho osservato dall’esterno. L’importante è però che quell’esperienza non venga mai riportata tale e quale sulla carta, ma che subisca delle modifiche che la trasformino in finzione. Creare un mondo testuale che possa dialogare con quello musicale credo sia molto più interessante che scrivere delle banalissime confessioni.

La scelta di cantare in inglese a cosa è dovuta? Ad una maggiore musicalità della lingua o per un approccio più internazionale al mercato discografico?

Per noi comporre in inglese è sempre stato un processo naturale derivato dalle nostre esperienze. Siamo tutti ascoltatori appassionati del pop-rock inglese e americano, al punto che il rapporto testo-musica che abbiamo interiorizzato non può prescindere dalla lingua inglese.

Un album che ha particolarmente inciso nella vostra formazione musicale e nel mordente del vostro sound?

Difficile nominarne uno solo. Provo a limitarmi a cinque: “Murmur” dei R.E.M, “Heartbreaker” di Ryan Adams, “Spirit Of Eden” dei Talk Talk, “A Walk Across The Rooftops” dei Blue Nile e “Boxer” dei National.

Il live migliore, ed a cui siete nostalgicamente più affezionati qual’è stato?

Ricordiamo con grande piacere la serata del 17 Agosto 2012 al Carroponte, in apertura ai Diaframma. Forse, però, il nostro live emotivamente più intenso è stato quello del 13 Settembre 2013 al Ligera, l’ultimo concerto che abbiamo fatto con Tom alla tastiera, prima che lasciasse la band.

Ci sono molti stereotipi da sfatare nel mondo della musica secondo voi?

Sfatiamo il mito dei musicisti che rimorchiano. Il musicista moderno non rimorchia perché è povero.

Quali sono le vostre aspettative per il futuro?

Creare un seguito importante, soprattutto lontano da Milano e perfezionarci sempre di più nella fase compositiva.

Chiara Manera

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