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Dimartino e Cammarata | Demography #171

Il numero di Demography di oggi è un po’ insolito, dai colori intensi, dai sentimenti intrisi di malinconia e tequila. Antonio Dimartino e Fabrizio Cammarata ci narrano la cruda poesia della voce di Chavela Vargas, definita l’Edith Piaf messicana. “Un Mondo Raro, Vita e Incanto di Chavela Vargas” è il disco di cui parleremo oggi.

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Gennaio non smette di sorprenderci! Il 19 girovagando sul web in cerca di novità, mi spunta questo disco, Un mondo raro, firmato da Dimartino e Cammarata, musicisti e cantautori siciliani che già conoscevo e che hanno all’attivo diversi progetti. Incuriosita inizio ad ascoltare l’album, ignorando completamente di cosa o chi parlasse. Da allora non ho più smesso.

Dimartino e Cammarata si trovano in Messico, un paese pieno di quella bellezza tragicomica che sfonda il petto di chi la guarda, quel binomio di furia e poesia che si ritrova sempre al sud del mondo. I due musicisti hanno già conosciuto la musica di Chavela Vargas, cantante, amica e amante di Frida Khalo, musa di Almodóvar. e sono rimasti colpiti da come la donna abbia stravolto la ranchera, genere popolare messicano, solitamente eseguito soltanto da uomini.

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Chavela nasce in Costa Rica nel 1919, terra dalla quale fugge giovanissima per poter vivere la sua omosessualità lontana da un ambiente conservatrice come quello in cui si trovava. Chavela dichiara ufficialmente di essere lesbica solo poco prima della morte, avvenuta nel 2012, ma ha sempre vissuto la sua omosessualità alla luce del sole. Arrivata a Città del Messico a soli diciassette anni, inizia a cantare per le strade, a frequentare tutti gli artisti, i politici, gli scrittori, gli intellettuali che accorrevano a vivere la rivoluzione messicana. Stringe amicizia con la già citata Frida, con il marito della pittrice Diego Rivera, con Trockij, che allora aveva trovato asilo proprio in casa dei due pittori. Chavela andava in giro vestita con un poncho, o tutta in pelle, guidava una motocicletta, cantava della disperazione di amori finiti, di donne sensuali, uomini, sentimenti struggenti, bagnando i suoi giorni e le sue notti con la tequila. È un lamento crudo, canta la tristezza, la culla per qualche minuto e infine la graffia, la lacera con la sua voce spezzata.

Durante le riprese del film di Julie Taymor, Frida, Salma Hayek (che interpreta la pittrice) ha voluto che ci fosse anche Chavela Vargas, dicendo che Chevala è il Messico, e nessuno meglio di lei ne sa cantare la bellezza.

Torniamo all’album, Un mondo raro, Vita e incanto di Chavela Vargas, registrato tra Palermo e Città del Messico, uscito per Picicca, e legato a un libro, omonimo scritto sempre da Dimartino e Cammarata, pubblicato da La Nave di Teseo, che racconta la vita, gli amori e i dolori di questa magnifica cantante.

Nel disco, al quale hanno contribuito anche i musicisti che suonavano con la Vargas, Dimartino e Cammarata riprendono le canzoni di Chavela e le traducono, portando la musica messicana dentro le nostre case. Un lavoro da non sottovalutare per tantissimi motivi. Il primo è che entrambi i musicisti arrivano da un background di alternative, mondo in cui sonorità e testi così esasperatamente folk non esistono. La seconda difficoltà riguarda naturalmente la traduzione dei testi. La lingua spagnola non è poi così distante da quella italiana, è vero, ma è anche vero che tutte le canzoni di Chavela parlano di amore, disperazione, sentimenti, temi che nella musica nostrana sono arrivati a un livello di banalità imbarazzante. Il lavoro dei due artisti mi ha spiazzato proprio per la resa dei testi. L’amore non è stato mai così intenso, forte, palpabile, presente sulla scena in tutta la sua malinconia. I sentimenti stringono la gola dell’ascoltatore, che improvvisamente si ritrova in un locale polveroso a bere tequila, circondato da chitarre, da donne e uomini che ascoltano incantati il lamento, i pianti senza lacrime delle voci tormentate che raccontano i sentimenti più semplici, diventati ora poesia.

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Il tributo di Dimartino e Cammarata a Chavela Vargas, Un mondo raro, è di una bellezza devastante,  è un disco necessario, quel genere di album che non solo ti fa scoprire pezzi di musica e storia ormai dimenticati da troppe persone, ma soprattutto serve per riscoprirci un po’ meno cinici, per riabituarci alla bellezza dell’amore e del dolore.

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