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Disintegration, The Cure | Artwork della Domenica

L’artwork della domenica di oggi è “Disintegration” dei Cure, una pietra miliare nella discografia della band capitanata da Robert Smith e della musica in generale.

il 2 maggio 1989 vedeva la luce, quello che sarebbe stato uno dei miei album preferiti, scritto da un certo Robert Smith ormai trentenne che, nonostante la differenza d’età, resta sicuramente uno dei più grandi amori della mia vita anche se lui non lo sa.

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Ne sei sicuro, Robert?

 

Dichiarazioni da invasata a parte, Robert scrive Disintegration in un momento in cui i Cure avevano voltato pagina, vivacizzando il loro repertorio con Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me. Disintegration è intesa come la seconda parte di una trilogia dark iniziata nell’82 con la pubblicazione dell’album Pornography, altro capolavoro della band britannica, ma in un certo senso è l’evoluzione del sound dei Cure. Nel 1989 la band di Robert Smith non era più di nicchia, ma i concerti erano affollati da un pubblico vasto, proprio grazie a una discografia varia che contiene brani come A Strange Day e Just Like Heaven. Disintegration non è che l’unione di brani pop a una fortissima disperazione e una dilagante malinconia.

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All’interno del disco ci sono brani che destinati a diventare dei must, e lo sono di sicuro quelli più pop, più fruibili come Picture of you e Lovesong. Quest’ultima è poi un cambiamento drastico non tanto nella melodia quanto nel testo. Se il titolo Disintegration fa pensare alla distruzione, al dissolvimento, in realtà l’album è talmente coeso da essere considerato un concept, a parte Lovesong. La scrittura tetra, malinconica e articolata di Robert Smith qui cambia completamente registro. Lovesong è essenzialmente quello che sembra, una canzone d’amore, una dichiarazione diretta e senza fronzoli. Robert Smith parla col cuore in mano, totalmente aperto a Mary Poole, la sua ragazza dei tempi della scuola, sposata l’anno prima e sua moglie tutt’ora. Vi posso giurare che sentirla cantare dal vivo, conoscendo la storia di Smith e Mary Poole fa un certo effetto, tipo pelle d’oca e lacrime.

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Mary Poole & Robert Smith

 

Tra le canzoni più popolari di Disintegration c’è anche l’immancabile Lullaby, tra le più famose dei Cure, che prende spunto da due cose, la fobia per i ragni di Robert Smith, e le ninna nanne senza lieto fine che il padre era solito cantargli. In realtà il brano è soprattutto una continua allusione alla dipendenza di Smith dalle droghe, di cui aveva abusato in passato. Mentre queste canzoni sono decisamente più pop, hanno ritmi più martellanti, testi più orecchiabili, il resto del disco è composto da un sound ancora più elaborato. Disintegration è spesso classificato come il punto più alto raggiunto dai Cure, e dalla dark wave in generale. Le tastiere padroneggiano incontrastate all’interno dei brani, e insieme agli arpeggi di tutti gli strumenti a corda presenti, i Cure ci fanno affacciare alla psichedelia, senza però lasciarcela vedere chiaramente.

È un vortice di malessere, di atmosfere sempre più cupe e nebbiose quello che ci ingoia durante l’ascolto di Disintegration, partorito da una mente depressa come quella di Smith, totalmente a pezzi per l’avvicinarsi di un invecchiamento al quale non si sentiva ancora pronto.

Disintegration si chiude con quella che è, a mio parere una delle canzoni più belle dei Cure, Untitled (insieme ad Homesick, una delle più belle dell’album), e sicuramente una delle più oscure rassegnazioni al dolore, alla sofferenza di Smith.

Direi che è arrivato il momento di parlare dell’artwork di Disintegration, disegnato come tanti altri da Andy Vella e PaulPorl” Thompson, membro della band fino al 1993. L’album è un momento fondamentale della discografia dei Cure, e Robert decise che per questa volta l’artwork avrebbe dovuto essere meno astratto degli altri, voleva qualcosa di nuovo e diverso. Vella e Thompson, fondatori entrambi della Parched Art, entrambi pittori e disegnatori, decisero di accontentare Smith, come? Inserendo proprio il suo viso all’interno di uno sfondo naturale. L’artwork oscilla tra il verde e il nero, in diverse sfumature fredde che perfettamente si adattano a quelle contenute in Disintegration. L’unica presenza umana è quella di Robert Smith, le cui sensazioni sono il tema centrale di tutto l’album. Il suo viso è truccato come al solito, non tanto gli occhi quanto le immancabili labbra rosse, e il viso completamente bianco.
La natura intorno non ha niente di allegro, di forte. Appare come una natura morta, che fa da cornice al malessere interiore a cui Smith dà pienamente voce nei brani dell’album.

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Disintegration è un capolavoro immortale, in cui la penna e la musica di Robert Smith raggiungono livelli altissimi. Qui sotto trovate tutto l’album, so let’s breaking our heart!

Grazia Pacileo

 

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