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Dj Shadow, BadBadNotGood – BringTheEco#13

Giunti a metà dell’anno, le uscite discografiche sono state tantissime, molte delle quali hanno fatto parlare di sé fra gli addetti ai lavori e i fans. Oggi vi consigliamo le ultime uscite di Dj Shadow e BadBadNotGood, fra jazz, rap ed elettronica.

 

Dj Shadow

Dj Shadow – The Mountain Will Fall (Mass Appeal, Liquid Amber, 2016)
DJ Shouldn’t, DJ Shadon’t, Don’t Josh. Fra gli appassionati ci si inizia a divertire a prendere un po’ per culo Joshua Davis, alias Dj Shadow, e il motivo è facilmente comprensibile visto il calo delle sue ultime produzioni da “The Outsider” in poi. Un calo che ancora non si riesce a comprendere visto che stiamo parlando di un artista che ha rivoluzionato il mondo del beat con un solo disco, “Endtroducing…”, di dieci anni fa esatti; o forse il problema, più semplicemente, sta nel fatto che  le altre produzioni si ascoltano con in mente i suoni, i cut-up, l’atmosfera di quell’album leggendario. Perché in effetti il calo non c’è stato a livello sonoro o nella voglia di sapersi rinnovare, ma nella capacità un po’ appannata nello scrivere pezzi non solo interessanti ma anche belli, che avessero la forza di spingere l’ascoltatore a riascoltarli più volte e ad affezionarvisi. A distanza di cinque anni dal suo ultimo lavoro, Dj Shadow ci riprova con “The Mountain Will Fall” e il risultato è sufficiente, lasciando comunque un po’ l’amaro in bocca per il senso di incompiutezza che a fine ascolto aleggia nell’aria. Il beatmaker statunitense dispone sul campo tutte le sue armi migliori, esplora territori a lui ancora inediti, chiama a raccolta un po’ di amici (i Run The Jewels su “Nobody Speak“, il pezzo più riuscito) e cura in maniera maniacale il suono: tutto ciò si traduce in pezzi con delle buone idee ma mai completamente portate a pieno compimento. Davis gira troppo attorno ai suoni senza arrivare al punto, tirando fuori pezzi completamente inutili (Three Ralphs, Mambo, California) e altri con un buon tiro fra rap e footwork ma sempre con il freno a mano alzato (Ashes to Ocean, Depth Charge e “Bergschrund“, con un Nils Frahm che fa la differenza). A Dj Shadow però, almeno per il sottoscritto, non si può voler male, perché nonostante questo calo la classe rimane, soprattutto dal vivo. La montagna non è ancora completamente crollata: se da quest’album non si pretenderà troppo, se ne uscirà comunque riappacificati.

Dj Shadow

BadBadNotGood – IV (Innovative Leisure Records, 2016)
Non facciamoci ingannare dalla copertina del disco: quei quattro sbarbatelli che sembrano usciti da qualche party americano in spiaggia sanno il fatto loro per quanto riguarda la musica. I BadBadNotGood l’hanno dimostrato nei tre dischi in studio precedenti (quattro, se si conta anche “Sour Soul” con Ghostface Killah) evolvendo man mano la loro musica in una maniera coerente, divisi fra formazione jazz e attitudine e cuore rivolti perennemente al mondo della doppia H. Con questo quarto capitolo l’insieme di tutte le loro influenze viene sublimato e, come se non bastasse, pure superato, proiettando il quartetto canadese in una nuova dimensione (per loro) inedita. La tavolozza black si amplia verso l’elettronica, e quindi i synths ricoprono un ruolo centrale, in determinati episodi molto più dei classici piano elettrico o sax. Si avverte in generale una maggiore crescita e maturità sotto tutti i punti di vista, e fa impressione se si pensa che il gruppo è in giro solo da cinque anni: a cominciare dall’opener And That, Too dove i fiati dialogano su tappeti elettronici che richiamano certe cose dei Jaga Jazzist, sino all’r’n’b di classe di Time Moves Slow e In Your Eyes, per passare ai pezzi più fusion anni ’70 come la title-track, il gruppo riesce a mantenere il tiro molto alto e a mixare insieme con gusto ed equilibrio anni di storia di musica afroamericana, anche la più recente. Da sottolineare due pezzi in particolare, emblematici per il disco ma, chissà, anche per il futuro del quartetto: Confessions Pt.II con il sax di Colin Stetson, che giocando su un semplice giro funky riesce ad imprimere il suo stile riconoscibile, facendo prendere una piega noise a metà brano con delle sovrapposizioni di più fiati, e la seguente “Lavander” con l’amico di basse frequenze Kaytranada (che aveva ospitato i BBNG sul suo album “99,9%”) dove a colpi di synths riesce a creare un groove pesante e acido. “IV” è un album fresco e intelligente di un gruppo altrettanto fresco ed intelligente, probabilmente fra le cose migliori per quanto riguarda la commistione fra il jazz e altri linguaggi black di questa prima metà dell’anno. Complesso ma non difficile, i BadBadNotGood hanno sfornato il disco migliore della loro carriera.

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