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Djokovic, e se quel Roland Garros avesse fatto danni?

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La clamorosa sconfitta in semifinale a Shanghai contro Bautista Agut conferma quanto già si era notato. Djokovic non è più il robot di qualche mese fa. Un cambiamento iniziato dopo la vittoria a Parigi.

La sconfitta, condita da prestazione sconcertante, contro Bautista Agut nella sua roccaforte Shanghai non può che confermare una sensazione che già serpeggiava nelle riflessioni di molti appassionati. Novak Djokovic non è più quel robot capace di tiranneggiare nel circuito a suo piacimento. E a questo punto l’ombra di Andy Murray, che fino a qualche mese fa sembrava lontanissima, si sta avvicinando sempre di più ad insidiare la prima posizione mondiale che il serbo detiene dal luglio 2014. I punti nella Race (la classifica dei punti totalizzati durante l’anno solare) sono meno di 1000 e con un Master 1000 a Parigi e le ATP Finals (tornei nei quali Djokovic deve difendere il titolo) da giocare, il sorpasso è tutto fuorché utopia. Ma da dove ha origine il calo psico-fisico del n. 1 del mondo? Il palesarsi di qualche lieve fastidio fisico nell’ultimo periodo non sembra essere una motivazione così marcata per spiegare questo momento negativo.

“Sono esausto, sapevo che prima o poi sarei calato”. Con queste parole Djokovic ha commentato la sconfitta contro l’onesto (ma non certo incredibile) Roberto Bautista Agut. Come dargli torto considerando la mole di risultati conseguiti e partite giocate negli ultimi due anni?D’altronde parliamo di un giocatore che ha vinto cinque degli ultimi otto Slam senza contare i Masters 1000 collezionati (primatista con 30 trionfi nella categoria). Ma forse potrebbe nascondersi qualcosa di più della stanchezza, di un dato semplicemente anagrafico (Djokovic il prossimo anno compirà 30 anni) o di eventuali problemi coniugali (mai davvero confermati per giunta). E se il primo Roland Garros gli avesse dato una sorta di appagamento inconscio? Una sensazione clamoroso ma non così fuori luogo come si possa credere anche considerando le parole che l’attuale coach del serbo Boris Becker pronunciò dopo Wimbledon: “Dopo Parigi ha trascurato la preparazione“. Ma analizziamo meglio la situazione.

Il Roland Garros era diventata una vera ossessione per Djokovic dopo i tentativi tra il 2011 ed il 2015. Ossessione che dopo il capolavoro firmato Wawrinka nel 2015 si era trasformata in una sorta di incubo. Una ricerca forsennata per completare quel Career Grand Slam portato a compimento soltanto con la vittoria di quest’anno contro Andy Murray con tanto di cuore disegnato sulla terra rossa in stile Kuerten. A riprova di quanto fosse sentito ed atteso psicologicamente questo trionfo. Da quel momento però sono sopraggiunte delusioni e cali vistosi che non possono non creare qualche dubbio.

A Wimbledon fuori al terzo turno contro il non irresistibile Sam Querrey (con tanto di 6-1 subito nel secondo set). Per le Olimpiadi a Rio viene sconfitto al primo turno contro il rinato Del Potro (che poi arriverà in finale e nel giro di un mese emozionerà ad ogni partita) senza dare però mai la sensazione di riuscire a portare a casa il match. Mentre a New York la sconfitta in finale contro Wawrinka segue e nasconde un torneo giocato costantemente sottotono nonostante un tabellone più che favorevole. L’unico squillo nel Masters 1000 di Toronto non può convincere appieno considerando le assenze dei vari Federer, Murray e Nadal. Una concatenazione di insuccessi e prestazioni deludenti a cui non siamo abituati e che, stranamente, prendono origine dal quel sofferto, quanto desiderato, titolo a Parigi.

Sindrome da appagamento o semplice normalizzazione di un campione bisognoso di rifiatare? Ai posteri la risposta ad una domanda che fino a quattro mesi fa pensavamo fosse delirante porci.

Giacomo Corsetti

@giacomocorsetti

 

 

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