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E ora che se ne vanno?

Anche questa settimana non parlerò di calcio. Non parlerò di una Juventus sempre più credibile in chiave scudetto, di un Napoli frenato dalle fatiche psico-fisiche della Champions e da una grande Atalanta, dell’intramontabile Di Natale che fa ripiombare nelle incertezze Luis Enrique.

   Non ne parlo perché c’è qualcosa di più interessante da  sottolineare, ovvero lo stop al lockout Nba: la lega professionistica di basket più famosa ed importante al mondo ha scongiurato lo sciopero per tutta la stagione e il 25 dicembre, sotto l’albero, tutti gli appassionati della pallacanestro d’oltreoceano potranno finalmente trovare il regalo loro più gradito, le partite. Si comincia il giorno di Natale quindi, come a voler augurare buona fortuna ad un’annata partita invece con cattivi presagi. Ma l’accordo (non ancora ratificato) tra proprietari e giocatori è arrivato e dunque anche quest’anno potremo assistere alla lotta per conquistare l’anello. Non si disputeranno gli 82 incontri come previsto dal classico calendario, ma soltanto 66; in ogni caso una buona fetta di campionato è stata salvata, con soddisfazione di tutti: atleti, franchigie, tifosi.

Nell’euforia generale vorrei però spostare l’attenzione su un fatto: tutti i giocatori Nba che sono venuti a giocare nei campionati europei (Gallinari a Milano è senza dubbio quello che ha riscosso le attenzioni maggiori) agli inizi del prossimo mese faranno le valigie e voleranno negli States dove dal 9 dicembre li attendono i training camp, le sessioni di allenamento obbligatorie pre-stagionali.

Molti obietteranno immediatamente: “Beh, dove sta la sorpresa? Si sapeva che poteva andar così, inutile lamentarsi adesso”. Ma qui non si tratta di lamentarsi, si tratta di capire, o meglio, di sottolineare la mancanza di cultura sportiva tra gli addetti ai lavori, purtroppo diffusa, a giudicare dal numero di società continentali che hanno consapevolmente investito su atleti potenzialmente a gettone, che da un giorno all’altro, come accadrà, spariranno dall’organico delle loro squadre.

Capisco che a livello economico queste operazioni di mercato abbiano anche fruttato (e non siano solo costate) in termini di spettatori e risultato, ma adesso? Valeva la pena davvero, per qualche sponsor in più, per qualche introito in più nelle partite casalinghe, dimenticarsi che lo sport è altro? E non parlo di valori etici, parlo di valori imprescindibili per vincere, quali la progettazione, il lavorare su un gruppo, plasmarlo, farlo crescere. Non era meglio se Milano avesse battuto Siena senza Gallinari? Magari non l’avrebbe battuto, risponderanno molti. Può darsi, ma ora sarebbe una squadra cosciente dei propri limiti e delle proprie possibilità. Cosa vale Milano senza Gallinari? Cosa penseranno i giocatori ai primi momenti di difficoltà? Che prima si vinceva perché c’era il Gallo? Questo può intaccare l’autostima di chi è rimasto, per non parlare del fatto che in questi due mesi, poco più, si è gioco forza limitata la crescita degli altri, perché le responsabilità più importanti erano affidate a Gallinari (insisto su quest’esempio perché il più noto, non per accanimento di cronaca su un’atleta peraltro indiscutibile da vari punti di vista). E ora, come reagirà chi si troverà improvvisamente catapultato a vestire il ruolo del leader? A chi andrà l’ultimo pallone, quello che scotta?

Il marketing è ottimo quando fa vendere milioni di magliette dell’idolo di turno permettendo così di investire per rendere ancora più competitiva la squadra, non quando è un’operazione di facciata di short-term in cui il prezzo futuro da pagare è molto più alto dei benefici ricavati. Può essere che sia un’analisi sbagliata, e che Milano alla fine trionferà in campionato. Forse sarò smentito (anche se non credo), ma in ogni caso continuerò a pensare che per vincere serve mettere la cultura sportiva al primo posto, e non le logiche economiche. Poi se i soldi si abbinano alla competenza, il mix è una garanzia di successo, ma se si deve scegliere, la conoscenza di certe dinamiche sportive non può essere sacrificata al denaro. Il campo non mente. La parola a lui.

Andrea Salvini

Redazione Sportiva

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