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Erdogan ed un Colpo di Stato che quadra poco

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Il golpe fallito da una parte dell’esercito turco il 15 luglio sta rafforzando sempre di più il presidente Recep Erdogan e fa sorgere più di una perplessità.

In Turchia non si fermano gli arresti dopo il tentativo di Golpe del 15 luglio scorso di una parte dell’esercito che ha provato (invano) a rovesciare la leadership semi-dittatoriale di Recep Erdogan. Oltre ai seimila militari già arrestati ci sarebbero anche circa 2700 magistrati accusati di essere stati coinvolti nelle azioni che hanno messo a ferro e fuoco la Turchia con un bilancio di circa 300 morti. Un’azione che con il suo fallimento sta decretando l’inesorabile accrescimento dei poteri del “Sultano” sempre più dittatore e sempre meno presidente. Il tutto con alle spalle la spinta di quel popolo che, una volta chiamato in causa via Facetime, ha reagito riversandosi nelle strade per bloccare il colpo di Stato militare che si stava verificando. Una vera legittimazione popolare dunque per Erdogan (che alle ultime elezioni del novembre 2015 aveva preso quasi il 50% dei voti), acclamato a gran voce dopo il suo rientro all’aeroporto di Istanbul.

Un quadro socio-politico che adesso potrebbe portare anche ad una pulizia all’interno delle opposizioni dopo quelle che già stanno avendo luogo tra i golpisti ed i magistrati. Per i sospetti già arrestati si potrebbe arrivare anche ad una condanna alla pena di morte (in Turchia non c’è) come riferito dallo stesso Erdogan. D’altra parte il presidente turco non è mai stato tenero nei confronti dei suoi oppositori, sia politici sia giornalistici, con le continue restrizioni alla libertà di stampa tra chiusure di testate e arresti vari (es. il caso del quotidiano d’opposizione Zaman). Ma non ci sono solo gli oppositori interni nel mirino del “Sultano”. Secondo Erdogan il tentativo di Golpe sarebbe stato orchestrato sotto traccia anche dagli Stati Uniti, che però si è detto insieme alla Germania a sostegno del governo turco democraticamente eletto (anche se hanno aspettato l’evolversi degli eventi prima di farlo). I contrasti tra Stati Uniti, Germania e Turchia sono ormai noti e se venisse confermata l’indiscrezione che vuole la negata autorizzazione all’atterraggio di Erdogan in territorio tedesco durante la sua temporanea fuga dalla Turchia, le crepe diplomatiche tra i tre paesi continuerebbero a farsi sempre più vistose.

Una situazione che fa comunque nascere diverse perplessità sulle modalità di esecuzione delle azioni di venerdì notte. Davvero i militari turchi hanno messo in piedi un golpe senza avere la certezza di un seguito importante e decisivo all’interno dell’esercito? E’ possibile che sia stato progettato un golpe in modo così disorganizzato e quasi improvvisato? E siamo sicuri che Erdogan non ne fosse venuto a conoscenza e abbia deciso di sfruttare la cosa a proprio vantaggio come effettivamente sta facendo? Tante domande a cui sembra avere una risposta Fethullah Gulen, avversario numero uno di Erdogan e individuato come il vero burattinaio del golpe dal presidente turco (il quale ha chiesto immediatamente l’estradizione agli Stati Uniti dove Gulen si trova in esilio). Secondo il predicatore turco Erdogan si sarebbe “fatto il golpe da solo”. Una tesi che potrebbe non sorprendere troppo considerando le manie dittatoriali sempre manifestate da Erdogan ed alcune posizioni ambigue mai davvero chiarite, come quella su l’Isis (c’e chi lo accusa di fare affari con lo Stato Islamico), che lo pongono come un soggetto potenzialmente sensibile a tali macchinazioni. Tra i tanti quesiti che questa vicenda sta facendo germogliare giorno dopo giorno uno soltanto sembra avere una risposta certa. Difficile che un personaggio acuto come Gulen sia riuscito a pianificare un golpe di tale disorganizzazione e goffaggine.

Giacomo Corsetti

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