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Erykah Badu, Kneebody+Daedelus, Teeth Of The Sea – BringTheEco#5

Sopravvissuti ai primi colpi dei pranzi di questi giorni? Se il cibo non ha intasato del tutto le vie uditive, forse c’è ancora modo di ascoltare qualche disco interessante uscito recentemente.

Serve un digestivo? Il quinto appuntamento di BringTheEco vi offre un po’ di bicarbonato musicale con tre dischi l’uno diverso dall’altro: la regina della black music contemporanea Erykah Badu ci farà schiodare da tavola con il suo ultimo But You Caint Use My Phone perché un po’ di movimento di bacino è ciò che serve; se invece l’unico movimento che vogliamo fare è quello verso il divano per prendere fiato dal cibo, allora le atmosfere di Kneedelus nate dalla collaborazione di Kneebody e Daedelus faranno al caso nostro; infine se proprio stiamo morendo sotto i colpi della quarta porzione di pasta al forno della mamma, i Teeth Of The Sea ci daranno il colpo di grazia con Highly Deadly Black Tarantula, quarto disco anche per loro e degno della pesantezza della pasta al forno.
In alto il bicarbonato e buon ascolto!

Erykah Badu
Erykah Badu – But You Caint Use My Phone (autoproduzione, 2015)
Ogni anno la stessa storia: i soliti auguri di Natale fatta da gente di cui non ci può fregare di meno e che magicamente riemerge dal fondo della nostra rubrica con un sms o un messaggio su WhatsApp; o peggio qualche odiosa catena natalizia lunga due chilometri, ignorata subito dopo la prima riga. Durante le feste, il telefono diviene un’arma di distrazione di massa in mano a coloro che ne sono dipendenti, e forse Erykah Badu avrà pensato la stessa cosa questo Natale. But You Caint Use My Phone esce a dicembre, in tempo per non lasciarci soli a dover affrontare la massa di chiamate, sms, notifiche varie che eruttano dai nostri cellulari: non un vero e proprio album, bensì un mixtape dove la first lady del neo-soul, come più di qualcuno la chiama, declama in rime il nostro ambiguo rapporto con la tecnologia mobile, sempre più invasiva ma anche circondata da un’aura magica e mistica, capace di mettere in connessione persone lontane nel tempo e nello spazio, forse anche dopo la morte. Non è un caso quindi che la musica prenda le mosse da “Telephone”, pezzo contenuto in New Amerykah Part One (4th World War) e dedicato a J Dilla subito dopo la sua morte nel 2006, qui reinterpretata, smembrata e disseminata lungo tutto il mixtape. Oltre a questo che si potrebbe deifinire “autodigging”, la Badu remixa tante altre cose sia nuove che recenti, ma sempre mantenendo evidente lo stile che la rende stella di prima grandezza nella scena rap/soul/r’n’b: da “Hotline Bling” di Drake contenuta nei sei minuti di “Cel U Ar Device”, passando per “Dial-A-Freak” degli Uncle Jamm’s Army nella speculare “Dial’ Afreaq” dai toni futuristici, per finire con “Hello It’s Me” nella conclusiva “Hello” con André 3000, Erykah Badu omaggia a suo modo quarant’anni di black music, sempre sul limite fra classico e contemporaneo. Non ci resta che mettere “Phone Down” e lasciarci trasportare dal suo groove.

Erykah Badu
Kneebody+Daedelus – Kneedelus (Brainfeeder, 2015)
Si prosegue sul filo della black music, rimandando ad un album molto meno viscerale rispetto all’opera di Erykah Badu e dai toni più astratti e free: Kneedelus, ibrido mutaforma ben espresso dalla copertina, nato dalla collaborazione fra i Kneebody, veterani della scena jazz più vicina al rock e a varie forme di commistioni, e Daedelus, produttore e dj fra i più rinomati fra quelli con le mani in pasta nel rap e, appunto, nel jazz. Se tali sono le premesse che tirano in ballo svariati generi, non stupisce più di tanto che la Brainfeeder di Flying Lotus abbia patrocinato Kneedelus, visto che l’etichetta losangelina si sta sempre più orientando verso artisti che sintetizzano elettronica e jazz dal sapore free e con una forte attitudine all’improvvisazione, portando ad esempio alla ribalta The Epic del sassofonista Kamasi Washington, album che ha letteralmente sbancato le classifiche dei migliori album di quest’anno. Avendo già collaborato da diversi anni, soprattutto dal vivo e con alcuni remix, l’incontro fra Kneebody e Daedelus da vita ad un disco diviso fra un’anima “analogica”, quella jazz, e un’altra “digitale”, quella elettronica, affascinante e molto personale sin dai primi ascolti. Il frullato musicale è calorico ma gustoso, arrivando a triturare tutto, dall’IDM a Miles Davis, da Archie Shepp sino a Bill Laswell, ricreando un”atmosfera per lo più eterea, impalpabile, rarefatta e solo in qualche caso diversa da questo canovaccio (come nell’ossessiva “The Hole”). Quello dei Kneebody e Daedelus non è un semplice incontro ma una vera e propria fusione, talmente tanto bilanciata nei suoni, nei soli e nel songwriting che spesso non è facile dire dove finisca uno ed inizi l’altro. Ponte fra due mondi paralleli, Kneedelus è un altro tassello di quella piccola, grande rivoluzione che la Brainfeeder sta portando avanti e che è di certo uno degli stimoli musicali più interessanti di oggi.

Erykah Badu
Teeth Of The Sea – Highly Deadly Black Tarantula (Rocket Recordings, 2015)
Ultima portata prima della fine del pasto. Un ultimo sforzo è richiesto, visto che stiamo parlando di un album che, come Kneedelus, è sostanzioso e composto da vari sapori tutti da scoprire. I denti degli inglesi Teeth Of The Sea affondano in un crossover di generi, dall’industrial, al post-rock (che a volte diventa metal), noise e frammenti elettronici che fanno sanguinare la bocca e le orecchie. Il problema del gruppo, alla sua quarta uscita, è sempre stato quello di essere troppo didascalico e revivalista, attingendo qui e lì dagli anni ’80 e ’90 in maniera troppo evidente. In Highly Deadly Black Tarantula (titolo bellissimo!) questo pericolo non viene eliminato completamente e stupisce come un progetto composto da ottimi musicisti e che esiste da circa sei anni fatichi a trovare una sua cifra ben definita. In ogni caso gli inglesi sono sempre riusciti a confezionare un buon prodotto, e l’ultimo album non fa eccezione: “All My Venom” prepara il campo all’album con i suoi crescendo tipici del post-rock, che esploderanno nella successiva “Animal Manservant” dal tono industrialoide e goth. Sulla stessa scia si pone “Field Punishment”, convincendo maggiormente rispetto al brano precedente grazie ad una costruzione sonora più definita. Superati i primi tre noiosissimi minuti, “Have You Ever Held A Bird Of Prey” sfodera suoni elettroacustici alla Fennesz, mentre l’ultima “Love Theme For 1984″, forse il brano più riuscito, scioglie la tensione in undici minuti di puro viaggio psichedelico. HDBT offre spunti interessanti ma non li coglie appieno per approfondirli e farli diventare punti di forza: si accontenta di citare e di dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte, viaggiando sempre a metà delle sue (ottime) capacità. I fan dei White Hills, Gnod e Anthroprophh si faranno i loro bei trip; gli altri magari diano un ascolto per curiosità, così potranno godere di più dello split con gli Oneida sempre di quest’anno.

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