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Esperanza Spalding – BringTheEco#11

BringTheEco vi consiglia di dare un ascolto a quella che almeno finora si rivela essere una delle uscite più interessanti di questo primo scorcio dell’anno: “Emily’s D+Evolution”, quinto album della bassista americana Esperanza Spalding. Un crossover di quanto la black music ha da offrire, in un’ottica contemporanea e assai originale.

Esperanza Spalding

Esperanza Spalding - Emily’s D+Evolution (Concord Records, 2016)
Era il 2005 quando una appena ventenne Esperanza Spalding pubblicò il suo album d’esordio, “Junjo”, dando avvio ad una carriera ricca e proficua, costantemente in evoluzione da disco a disco. Insieme a lei è cresciuta anche la scena musicale che si è tinta negli anni sempre più di nero grazie al peso che una nuova ondata di black music ha via via acquisito, come le uscite rap e di elettronica degli ultimi quattro/cinque anni hanno dimostrato; il Grammy come Best New Artist nel 2011, soffiato a gente come Drake, Justin Bieber, Florence & The Machine e Mumford & Sons, ha fatto il resto in termini di popolarità. Popolarità che è rimasta comunque abbastanza relegata soprattutto negli States, mentre in Europa (e soprattutto in Italia) il nome della bassista/contrabbassista americana rimane roba ancora per pochi. Ed è un peccato non di poco conto visto che la qualità nella musica della Spalding non è mai mancata, così come una spiccata personalità, propria di chi già a cinque anni suonava il violino, che le ha permesso di esplorare vari ambiti a cavallo fra pop, jazz e r’n’b. “Emily’s D+Evolution” è il giro di boa che probabilmente non ci si sarebbe aspettati, per lo meno non in maniera così profonda: un crossover di generi che partendo dal naturale e solido background black arriva ad inglobare, come un blob, rock, funky, rap, progressive, indie e quant’altro. Non ci si spaventi (o addirittura, non si inorridisca): il risultato, anche se esagerato nelle intenzioni, è tutt’altro che indigesto, ma al contrario molto originale ed estremamente godibile grazie alla spiccata vena melodica di cui è dotata la voce della Spalding. L’apertura di “Good Lava” è un perfetto esempio di quanto appena descritto, dove delle chitarre oblique e fusion indicano, qui come in tutto l’album, una nuova possibile strada alla musica dell’artista. Ad un primo ascolto si potrebbe rimanere travolti dalla valanga musicale che il disco rivolta sull’ascoltatore, ma con la giusta attenzione e dopo diversi ascolti ogni piccolo particolare inizia ad emergere e ad avere una sua collocazione. I fantasmi di Prince e di Michael Jackson aleggiano su tutto l’album, più come numi tutelari che musicali, mentre Funkadelic, Parliament, Weather Report, la Joni Mitchell più jazz si incontrano e jammano catapultati nel ventunesimo secolo. Dismessa la capigliatura afro e adottato un look più “alternative” al passo coi tempi (l’alter ego del titolo, Emily appunto), la Spalding si pone con questa opera in bilico fra complessità e semplicità, colto e popolare, pubblico jazz e audience indie. Non a caso “Emily’s D+Evolution” ha ricevuto plausi entusiastici da tutte le parti, segno che di artisti a 360° se ne sente sempre più la necessità. Esperanza Spalding è una perfetta candidata per questa categoria, e il suo disco, se non è proprio un capolavoro, poco ci è mancato che lo fosse.

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